«La Cop28 rappresenta una cartina di tornasole importante per verificare se le azioni per la riduzione delle emissioni siano funzionali per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030», cioè quel meno 43% «necessario per limitare l’innalzamento delle temperature a 1.5°C» spiega il brief pubblicato alla vigilia dell’appuntamento di Dubai dal think tank italiano per il clima, Ecco. E l’Italia?

«Anche se il nostro Paese ha raggiunto i propri obiettivi di riduzione delle emissioni al 2020, adesso è necessario un netto cambio di passo, con l’individuazione di una strategia verso net zero, una strategia che passa necessariamente per l’abbandono dei combustibili fossili, a partire da quelli usati per la produzione di energia elettrica. È una strategia difficile da rintracciare all’interno del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec)» spiega da Dubai Federico Tassan-Viol, che lavora come Analista Senior Diplomazia per Ecco e fa parte della delegazione dell’organizzazione alla Cop28. In passato Tassan-Viol ha lavorato per nove anni al ministero dell’Economia francese e per l’Ambasciata di Francia a Roma, per i quali ha seguito i rapporti bilaterali fra Italia e Francia in materia di politiche dell’energia e dello sviluppo sostenibile.

Quant’è credibile l’obiettivo di riduzione delle emissioni che l’Italia si è data nell’ambito dell’Accordo di Parigi?
L’Italia aderisce all’accordo di Parigi come Paese che fa parte dell’Unione Europea, quindi il contributo nazionale è comune a quello dell’Ue, ed è quello indicato nel pacchetto Fit for 55, cioè meno 55% rispetto al 1990. È un impegno vincolante a livello comunitario. Credibili o meno che saranno i suoi sforzi, l’Italia sarà tenuta a rispettarlo: la traduzione di questa strategia è nel Pniec, che oggi è in corso di valutazione da parte della Commissione europea.

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Ha senso affrontare una Cop nel 2023 senza essere intervenuti per ridurre i sussidi ambientalmente dannosi, che pure vengono meticolosamente catalogati e resi pubblici sul sito del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica?
Non solo non si è intervenuti, ma i sussidi stanno esplodendo, anche a causa degli aiuti alle bollette del governo Meloni, aiuti che non sono subordinati spesso a nessuna misura di efficienza energetica. Le stime diffuse nel 2023 e relative al 2021 sono di oltre 22,3 miliardi di euro (ed è il valore più alto da quando, nel 2016, i sussidi vengono monitorati, ndr). La cosa va affrontata, anche perché in un Paese indebitato come il nostro se si continua con questa spesa fiscale e para fiscale ciò rende difficile l’innovazione, non solo in termini di clima ma anche di welfare.
Il gas contro cui si protesta in Liguria, in Romagna e in Toscana o lungo l’Appennino dov’è in costruzione un megagasdotto è davvero – come si vuole far intendere in Italia – una fonte di adattamento o di transizione, oppure rappresenta solo l’ennesimo ancoraggio alle fonti fossili?
Non esistono fonti fossili di adattamento. E se si parla di una fonte di transizione, per quanto riguarda l’Italia il nostro Paese investe nel metano dagli anni Ottanta, perciò non lo definirei una fonte di transizione, almeno non nel settore elettrico e non in Italia.
La necessità di ridurre le emissioni a partire da oggi, segnalata a più ripresa e con urgenza anche dal segretario generazione delle Nazioni Unite, come si sposa con la volontà espressa dal governo di un ritorno al nucleare?
Oggi è a mio avviso una parola che non si sposa con un nuovo nucleare, inteso come nuovi impianti non ancora in funziona, da programmare, progettare e costruire. Questo perché sappiamo benissimo che il mezzo più economico per decarbonizzare l’economia sono le energie rinnovabili, come solare ed eolico, anche perché a differenza di quello che avviene con il nucleare e anche con le nuove infrastruture gas volute dal governo, sulle rinnovabili gli investitori stanno scommettendo risorse proprie. Basterebbe permetterne la realizzazione.