Non lontano dal centro di Tokyo, il tempio Sengakuji ospita le tombe dei «quarantasette ronin», un nutrito gruppo di fedeli guerrieri che, dopo aver vendicato la morte del loro signore, si suicidarono, come da rituale. Il fatto, del XVIII secolo, è realmente accaduto e, avendo fortemente colpito l’immaginario nipponico, diventò soggetto di opere teatrali e narrative. Quanto resta dell’ideale samuraico oggi in Giappone, e quanto influenza i comportamenti collettivi lo sintetizza efficacemente Sugimoto Yoshio, sociologo che da più di vent’anni aggiorna la sua Introduction to Japanese Society per la Cambridge University Press (siamo arrivati alla quinta edizione), secondo il quale la figura del guerriero sembrerebbe relegata più che altro al passato, o perlomeno messa in minoranza da altri immaginari e diverse passioni.

Analogamente, in altre parti del mondo – scrive Sugimoto nel descrivere l’evoluzione dell’immagine giapponese all’estero – l’elemento samuraico e marziale, molto amato anche negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, sarebbe stato sopraffatto nell’ultimo trentennio da espressioni culturali più accattivanti, come manga, karaoke, sushi e J-pop.

Di questa diminuita rilevanza dell’etica guerriera si lamentava già una sessantina d’anni fa Mishima Yukio, che guardava con nostalgia al Giappone precedente il dopoguerra, come si legge nella sua opera narrativa e com’è evidente nelle sue azioni politiche. In diversi scritti dichiarò particolare interesse per un testo classico del bushido, lo Hagakure, che risale ai primi decenni del 1700 e fu scritto dal militare-filosofo Yamamoto Tsunetomo. Il titolo è traducibile come «Nascosto tra le foglie» o «All’ombra delle foglie», come a indicare una riflessione intima per pochi adepti, che aveva riscosso un grande interesse nel Giappone della Seconda Guerra Mondiale, ma già dagli anni del dopoguerra sarebbe stato, secondo Mishima, ormai stigmatizzato e ritenuto inadatto a ideali più pacifisti e democratici. Quanto a lui, lo amava al punto tale da proporne nel 1967 un commentario, intitolato Introduzione allo Hagakure, con l’idea di mostrare come l’opera funzionasse ancora da guida etica, centrata sulla combinazione di amore, vita e azione.

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Il testo dello Hagakure, peraltro, ha un incipit molto noto che a prima vista sembrerebbe indicare pulsioni tutt’altro che vitali: «La via del guerriero risiede nella morte. Di fronte a una questione di vita o di morte, meglio decidere di morire il prima possibile», affermazione che non va presa alla lettera, bensì interpretata come un incoraggiamento a vivere le proprie scelte senza paure e allo stesso tempo senza dimenticare mai l’illusorietà e la precarietà dell’esistenza.

Carico di riferimenti alla cultura samuraica del tempo, il testo non dev’essere di facile comprensione per un giapponese del XXI secolo, e ancora più distante potrebbe apparire dal pensiero di un occidentale, sebbene le molte edizioni e traduzioni parziali dello Hagakure indicherebbero una fascinazione persistente, spesso legata all’interesse per le arti marziali ma anche a una visione del Giappone tradizionale ancora legata allo stereotipo samurai-geisha, che sembra confermare, anche in anni recenti, la sua popolarità (basterebbero a evidenziarlo le produzioni di film statunitensi di grande successo, come Memorie di una geisha e L’ultimo samurai).

Del commento di Mishima esisteva, tuttavia, solo un’edizione tradotta dall’inglese nel 1983 da Pier Francesco Paolini, fuori commercio da alcuni anni, che torna oggi disponibile con il titolo La via del guerriero  Introduzione allo Hagakure, in una traduzione per la prima volta dal giapponese di Andrea Maurizi, che ne cura anche il puntuale apparato di note (Feltrinelli, pp.160, € 16,00), consentendo di avvicinarsi in modo più immediato e fedele al pensiero di Mishima.

Alle diverse interpretazioni con cui spesso è presentato lo Hagakure in Italia, che spaziano dalla presentazione di un classico di antica saggezza a una sua  riattualizzazione in chiave di manuale per businessmen e politici d’assalto, subentra ora il senso che realmente Mishima gli attribuì, facendone una guida per le proprie scelte esistenziali, dove la coerenza tra pensiero e azione, per quanto controversa, era affascinante e per molti versi invidiabile. A oltre mezzo secolo dalla sua scrittura, il commentario propone dunque un’interpretazione che ricorda come ogni gesto possa essere, nella sua essenza, un confronto con la fine dell’esistenza, ed è proprio in quanto invito alla consapevolezza  che il dettato del samurai Yamamoto Tsunetomo torna e tornerà utile, di generazione in generazione.