L’hanno definita una delle peggiori pagine giudiziarie della Turchia, ma quanto accaduto ieri dentro la 13esima corte penale di Istanbul va oltre: è la sentenza più politica che potesse uscire da 22 anni di dominio di Recep Tayyip Erdogan.

I tre giudici della corte hanno condannato all’ergastolo aggravato (in isolamento e senza possibilità di ottenere un rilascio anticipato, se non dietro grazia del presidente) il filantropo e attivista Osman Kavala e a 18 anni di carcere sette tra i volti più noti delle proteste di Gezi Park, nei giorni del suo nono anniversario.

L’ACCUSA è stata costruita per tempo: tentativo di rovesciare il governo. Ovvero, tentato golpe. Un fascicolo che la magistratura turca del post-2016, oggetto di un’enorme campagna di epurazione, ha aperto tre anni fa collegando con un filo rosso le proteste nel parco di Istanbul della primavera 2013 al vero fallito golpe, quello del 15 luglio 2016.

Come fosse un evento unico, lungo tre anni, di matrice golpista e magari anche terrorista, cancellando in un colpo il senso di tre milioni di persone in piazza per mesi in 81 città contro le politiche neo-liberiste del partito di governo, l’Akp di Erdogan.

Non a caso Kavala, arrestato una prima volta con l’accusa di aver finanziato la protesta di Taksim, era stato rilasciato nel 2020 per essere riarrestato in relazione al tentato colpo di stato.

PER MÜCELLA YAPıCı, Çigdem Mater, Hakan Altınay, Mine Özerden, Can Atalay, Yigit Ali Ekmekçi e Tayfun Kahraman 18 anni di carcere a testa per aver partecipato al crimine.

Kavala è in detenzione preventiva già da 1.637 giorni, quattro anni, nel famigerato maxi carcere di Silivri. Non ne uscirà, questa la decisione dei tre giudici che lo hanno esentato solo dall’accusa di spionaggio: prove insufficienti, hanno detto.

Una sentenza a cui è seguita un’immediata reazione: fuori dal tribunale è scoppiata la protesta al grido di «Tutto è Taksim, tutto è resistenza, lunga vita alla resistenza», i social sono stati invasi in poche ore dallo sdegno per il buco nero in cui è stato risucchiato il dissenso nel paese, mentre le associazioni internazionali per i diritti umani, da Amnesty International a Human Rights Watch, parlavano di processo-farsa.

È uno schiaffo in faccia anche all’Europa che attraverso la Cedu, la Corte europea per i diritti umani, nel 2019 ha chiesto – la prima di svariate volte – il rilascio immediato di Osman Kavala da quella che ha definito una detenzione «politica».

E LO SCORSO OTTOBRE Ankara arrivò a minacciare di espulsione dieci ambasciatori occidentali (tra cui quelli di Usa, Francia e Germania) etichettandoli come «persona non grata» per una nota congiunta in cui chiedevano la liberazione del filantropo.

Fino alla decisione, a inizio 2022, del Consiglio d’ Europa di avviare una procedura di violazione per la Turchia proprio in riferimento al mancato rilascio dopo la sentenza della Cedu. Ma la definizione migliore, ieri, l’ha data lo stesso Kavala: «Un omicidio giudiziario».