Del nuovo Europarlamento sapremo tutto, o quasi, tra pochi giorni. Ma la nuova Commissione, motore del governo dell’Ue, ha ancora un lungo percorso davanti a sé per prendere vita. L’esecutivo uscente, guidato da Ursula von der Leyen, è quello che prima ha impostato il Green Deal, e poi gli ha messo il silenziatore, virando piuttosto verso politiche belliche di contrasto a Mosca. Di sicuro tra le priorità del nuovo governo europeo sappiamo già che ci saranno proprio l’allargamento a Kiev (insieme a Moldova e Georgia), la difesa comune, non più rimandabile a causa del progressivo disimpegno Usa, destinato ad accentuarsi nel caso il prossimo 5 novembre dovesse tornare a Washington Donald Trump.

Ma quanto dovremo aspettare per vedere la nuova Commissione formata? Con le elezioni si avvia il risiko delle nomine, che passeranno anche attraverso accordi più o meno dietro le quinte tra leader dei diversi paesi europei. Un gioco che si concluderà plausibilmente ad autunno inoltrato. E anche se dall’Europarlamento sottolineano che «ogni scenario è possibile», alcune scadenze sembrano già scritte in sequenza temporale ben precisa.

OCCHIO AL CALENDARIO, dunque. Già martedì 11 la presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola – cristiano-democratica maltese del Ppe, a cui non dispiacerebbe la riconferma – potrebbe convocare i gruppi parlamentare uscenti per fare il punto sull’esito del voto. Nei giorni successivi prenderanno forma gruppi politici vecchi o nuovi. Le sorprese potrebbero arrivare a destra, dato che la delegazione AfD, espulsa qualche giorno fa da Identità e Democrazia (Id), di cui fanno parte Salvini e Le Pen, valuta l’idea di un nuovo raggruppamento, mentre i liberali di Renew Europe potrebbero rompere con la componente olandese che ha appoggiato la nascita de nuovo governo sostenuto dal populista Wilders.

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PICCOLE SCHERMAGLIE, se si pensa che la posta in gioco sarà il tentativo dei due gruppi di destra attualmente esistenti (oltre a Id ci sono i conservatori di Ecr con a capo Giorgia Meloni) di tirare dalla loro parte il partito di maggioranza relativa, cioè il Ppe, provando a formare così una maggioranza spostata a destra. Il nome per la guida dell’esecutivo Ue però non uscirà dal Parlamento, ma dal Consiglio europeo, ovvero dai capi di Stato e di governo dei 27.

Solo una settimana dopo il voto, il 17 luglio, i leader si incontreranno a Palazzo Europa di Bruxelles per un vertice informale in cui varie opzioni verranno messe sul piatto. Ad oggi sappiamo che alla riconferma di von der Leyen si oppone decisamente il presidente francese Macron, che sembra aver portato dalla sua il cancelliere tedesco Scholz. Parigi potrebbe favorire un esecutivo guidato da Mario Draghi (che altri vedrebbero bene come successore del liberal belga Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo), ma di nomi per la guida della Commissione se ne sono fatti (e bruciati) diversi: da quello del premier greco Mitsotakis, popolare, alla liberale estone Kaja Kallas.

L’APPUNTAMENTO DECISIVO sarà il vertice del 27 e 28 giugno. Oltre che vergare le priorità strategiche del nuovo ciclo politico, i leader avranno dunque un tris di nomi per le tre cariche di vertice. Quella della presidenza della Commissione, dovrebbe essere concordata con l’Eurocamera dato che la stessa valuterà l’indicazione votandola a settembre. In caso di via libera, il candidato dovrà ripresentarsi all’Eurocamera per la fiducia finale, solo dopo che lo stesso Parlamento avrà singolarmente approvato, o respinto, tra ottobre e novembre, i commissari proposti dai paesi dell’Unione.

Il caso Giorgetti, che ha tenuto banco in questi giorni, indica quanta tensione ci possa essere sull’indicazione di un singolo nome da parte di ogni paese, quando si deve tenere conto degli equilibri tra alleati di governo.

INFINE, IL MACCHINOSO processo potrebbe concludersi entro novembre, mese nel quale entra anche in carica il nuovo presidente del Consiglio europeo, che prenderà il posto di Michel. Chi pensa a Draghi deve mettere in conto che il posto è rivendicato dai socialisti, che propongono una rosa di nomi: dal premier spagnolo Sánchez alla danese Mette Frederiksen, al portoghese António Costa.