Wang Bing ritorna a Cannes portando in riviera due lavori, così come aveva già fatto nel 2007, quando presentò fuori concorso Fengming, a Chinese Memoir, una delle sue opere migliori e più rigorose, e il cortometraggio Brutality Factory, il primo tentativo di realizzare un film di finzione, benché ispirato a fatti reali, per il regista cinese. Questa volta Wang entra nella manifestazione francese dalla porta principale però, il suo nuovo lavoro, Youth (Spring), è infatti l’unico documentario che sarà presentato nella selezione ufficiale in concorso al festival di quest’anno.

L’interesse di Wang come documentarista si è indirizzato e sviluppato in questi ultimi decenni, dal suo debutto con West of the Tracks in poi dai primi anni duemila, in maniera abbastanza coerente, seppur variegata, verso certe tematiche e situazioni ben precise. Questo esplorando zone del passato dimenticate o rimosse, vedi Fengming o Dead Souls, o zone periferiche o liminali poco di solito poco rappresentate come una famiglia in un villaggio isolato in Three Sisters e i pazienti di un ospedale psichiatrico in ‘Til Madness Do Us Apart, o ancora documentando i cambiamenti sociali e antropologici derivati dall’industrializzazione e sviluppo cinese avvenuto negli ultimi decenni, il caso più emblematico resta naturalmente West of the Tracks.

Proprio in questo ultimo filone sembra inserirsi Youth (Spring), un film che esamina la vita di alcuni giovanissimi lavoratori cinesi a Liming, una cittadina operaia non troppo lontana da Shanghai. Ogni anno, molti giovani, tra i diciassette e i venti anni, lasciano i loro villaggi nella provincia rurale dello Yunnan, più di 2000 chilometri a ovest della città, dove passa il Fiume Azzurro, per trasferirsi e lavorare a Liming. Qui vivono spesso sul posto di lavoro, ammassati in dormitori, in piccole stanze o monolocali. Visti i ritmi lavorativi, questi ragazzi non hanno tempo per incontrarsi e così comunicano attraverso internet o con gli smartphone.

Wang Bing ha trascorso e condiviso un anno con loro nelle fabbriche e nei loro dormitori, seguendo e documentando la loro quotidianità, i loro problemi economici, ma anche i sogni e i dubbi adolescenziali che li attanagliano, fino al loro ritorno a casa in febbraio, per il Capodanno cinese.

Il rapporto tra grandi centri urbani e campagne, con tutte le grandi disparità economiche che questa tensione porta con sé, specialmente in un paese così vasto come la Cina dove le differenze sociali sono così marcate, è uno dei grandi nodi della modernità, non solo in Asia. Vedere come dei giovanissimi percepiscono e vivono sulla propria pelle queste problematiche, anche mediate dalla tecnologia dei social network, rende Youth un’affascinante e promettente visione.

Wang Xilin è uno dei compositori cinesi più importanti, non solo per quanto creato in tutta la sua carriera attraverso la musica, ma anche per le sue prese di posizione politiche che nel corso di tutta la sua vita gli sono costate molto care. Nato nel 1936 a Kaifeng, nella provincia cinese di Henan, da una famiglia di umili origini, nel 1957 viene ammesso al Conservatorio di Shanghai dove studia e comincia a comporre i suoi primi lavori. Nel 1963, poco prima dell’inizio della Rivoluzione Culturale, le sue critiche verso le politiche artistiche del governo, lo portano ad essere perseguito e ad essere deportato in un campo di rieducazione a Datong, dove rimarrà per anni finendo anche in un ospedale psichiatrico e dove verrà ripetutamente torturato, tanto da perdere parte dell’udito.

Wang ritorna a Pechino alla fine della Rivoluzione Culturale nel 1978, quando può finalmente studiare quello che aveva sempre desiderato, le figure cardine della musica occidentale, precedentemente bandite, quali Schoenberg, Bartók, o Stravinsky. Da quel momento Wang può tornare a comporre musica, discorso interrotto decenni prima, e la sua carriera quindi negli anni successivi decolla. Ma l’esperienza dolorosa, traumatica e le torture subite durante la prigionia rimangono parte integrante della sua persona e del suo mondo artistico, tanto che in più di un’occasione ha lui stesso dichiarato di voler dare espressione, attraverso la sua musica, alla sofferenza delle persone e alla malvagità dei loro oppressori. Molte delle sue opere trattano così di traumi politici e del passato della Cina, una delle sue sinfonie ad esempio è dedicata alla strage di Piazza Tienanmen.

È quasi naturale che la traiettoria di un artista e dissidente così importante e scomodo come Wang Xilin e quella di un regista che cerca le incrinature e le fratture storiche e sociali come Wang Bing si siano incrociate.

Il secondo lavoro targato Wang Bing presentato quest’anno a Cannes è incentrato infatti sulla figura del compositore e musicista cinese. Intitolato Man in Black, dal primo movimento di una composizione per musica da camera che lo stesso Wang Xilin a scritto per un altro film, il lavoro dura un’ora e in origine era stato concepito per essere mostrato esclusivamente nelle gallerie d’arte, ma alla Croisette sarà presentato nella sezione dedicata alle proiezioni speciali.

Si tratta di un lavoro che è stato definito una miscela tra teatro, opera lirica e cinema e un esperimento visivo che Wang Bing ha filmato per tre giorni a Parigi. Il compositore, ora in esilio in Germania, è stato ripreso, nudo e senza alcun vestito addosso, al Théâtre des Bouffes du Nord, chiuso e senza pubblico al suo interno, mentre conversa, o molto più probabilmente esegue uno o più monologhi, in cui racconta alcune vicende legate al suo passato e al suo presente.