Nella primavera-estate del 1957, intervistato dall’artista e scrittrice Pati Hill per «The Paris Review», Truman Capote – già protagonista di un clamoroso esordio, la reputazione di voce riconoscibile consolidata dagli esiti di Other Voices, Other Rooms e The Grass Harp – consegnava al lettore alcune riflessioni chiacchierate su problemi centrali per il suo mestiere, dal tema dell’ispirazione al nodo dello stile, dalla vocazione ai segreti del racconto.

Al cuore di un dialogo tanto intimo e divertito sta l’asserzione spudorata dell’autore di New Orleans, connessa sia alla sua opera che al personaggio travolgente impostosi alla stampa e ai circoli letterari dalle prime, pubbliche apparizioni: «Call it precious and go to hell, but I believe a story can be wrecked by a faulty rhythm in a sentence – especially if it occurs toward the end – or a mistake in a paragraphing, even punctuation. Henry James is the maestro of the semicolon. Hemingway is a first-rate paragrapher. From the point of view of ear, Virginia Woolf never wrote a bad sentence».

Non a caso, l’anno successivo Capote avrebbe consegnato a «Esquire» un capolavoro di gusto, musicalità e tenerezza come Breakfast at Tiffany’s, trascorso poi al grande schermo seguendo il flusso gentile dello spartito di Henri Mancini (davvero qualcuno ha trattenuto le lacrime mentre Audrey Hepburn cerca «gatto», zuppa della pioggia in accordo col tema languidissimo di Moonriver?); mentre, appena un anno prima, il romanziere fattosi reporter aveva ricapitolato l’avventura rocambolesca, vissuta a suon di blues dalla Everyman Opera Company lungo una tournée alquanto spinosa, caricatasi della missione delicatissima di far conoscere a Mosca e Leningrado il capolavoro gershwinano di Porgy and Bess; uno dei pionieristici tentativi di disgelo culturale, nell’agghiacciato decennale della guerra fredda che, di lì a vent’anni, avrebbero condotto, causa un accumulo insensato di buone intenzioni e prove evidenti di una certa malafede politica, al trionfo inesorabile del più folle camp nel sottovalutato Il giardino della felicità, film in cui si registra l’assurdo incontro di Elizabeth Taylor – già tradottasi da diva a matrona shakesperiana – coi nervosi ballerini del Bolshoi.

Suona dunque piuttosto dissonante che un’intonazione a tal punto melodiosa si modulasse, nel 1966, sulle vite spezzate della famiglia Clutter, sterminata a Holcomb nel Kansas per mano di assassini feroci (e sinistramente inconsapevoli), in un eccidio che, faits divers di provincia, si sarebbe imposto a focus cruento del nuovo libro di Capote, A sangue freddo, anticipato sulle pagine del «New Yorker» offrendo una grandiosa, assillante parabola del Male, sondato nelle sue motivazioni intime, nei suoi impulsi patetici. Un «romanzo-verità» – come lo stesso autore avrebbe definito la narrazione entomologica di quella brutale tranche de vie – che si specchia direttamente in esistenze troncate, nei frammenti di passati distanti e in una tragica mancanza di futuro; fatica affidata al travaglio irragionevole di sei anni di gestazione, trascorsi nel continuo andirivieni fra la Grande Mela e il Midwest agricolo, fra penitenziari desolati e gli inviti della East Coast più esclusiva, tra la necessità pettegola d’invenzione, di gossip mondano e l’ossessivo ricorso alla cronaca hard-boiled. Una prova, insomma, alla cui interpretazione – senza conoscere l’opera compiuta, la sfaccettata natura del racconto finito – mal si adatterebbe uno schema biografico men che disarmonico, anche all’interno del Bildungsroman che Capote per primo ha inteso costruire attorno a un tanto clamoroso cambio di registro.

Resta lo stile di In Cold Blood a testimoniare di un profilo autoriale, capace di tradurre i turbamenti squisiti del Southern Gothic nella parlata, non meno inquietante, dei due killer; e d’altronde Richard Eugene Hickock e Perry Edward Smith dovettero apparire, con la loro presenza ineluttabile, con una testimonianza non meno interpellante, figure grandiose al punto da sostenere sia l’intransigente eleganza dello scrittore, che lo sguardo sofisticato di Richard Avedon, coinvolto nella promozione del volume con celebri scatti della coppia criminale serviti per illustrare un articolo su «Life» in eco all’uscita nel gennaio ’66.

Un simile, intenso dialogo fra narratore e soggetti «ritratti», nella ricerca di un fresco ritmo di parole, appare simbolizzato del resto da un dettaglio in tutto secondario ma non meno parlante, anch’esso connesso alla sapiente pubblicità toccata in sorte al romanzo. Per celebrarne l’esito strepitoso, Capote avrebbe infatti organizzato, in inverno, una festa sontuosa nella Grand Ballroom del Plaza Hotel di New York: un bal masqué in bianco e nero, che trovava la propria fonte nella sequenza più chic del My Fair Lady cinematografico (col precedente diretto in un altro evento, voluto qualche anno prima dal produttore Dominick Dunne) e che è raccontato, con esatta puntualità, in un volume di Deborah Davis del 2006, tradotto ora in italiano per Accento: Truman Capote e il party del secolo (pp. 330, € 18,00).

Grazie a quest’indagine – più che una semplice pagina di costume – sappiamo che lo scrittore avrebbe preteso due band per la serata, quella di Peter Duchin (favorito dalla high society cittadina) insieme ai Soul Brothers, gruppo preso nelle sonorità rock and roll. Non è la migliore fra le notizie raccolte dalla Davis (firma anche della sceneggiatura di The Favourite), ma la sua rilevanza si chiarisce con quanto detto fin qui, con l’idea insomma che – attraverso A sangue freddo – Capote si fosse obbligato a individuare un’inedita, personale melodia, divisa fra suoni vecchi e attuali, fra un’idea antica d’eleganza e una contemporanea descrizione della coolness.

Di certo, impressiona che, seguendo i consigli di Evie Backer, venissero proibite le decorazioni floreali; o che Warhol, fra i 540 invitati, fosse l’unico a non vestire una maschera, secondo quanto richiesto espressamente dall’invito; che Diana Vreeland avesse solo finto di partecipare alla soirée, apparendo comunque informata su ogni dettaglio già il mattino seguente; o che il piatto forte della cena leggera, servita a mezzanotte, fossero spaghetti e polpette (per mettere alla prova le doti di buone maniere delle signore in bianco); o anche che i camerieri avessero giacche rosse e che l’ospite d’onore, Kay Graham, si fosse accontentata di una semplice messa in piega, coerente col suo basso profilo di signora dell’editoria; oppure che la CBS diffondesse gli ingressi in diretta televisiva e che Capote avesse dovuto rinunciare a un dress code per i gioielli («diamanti, perle e giaietto») perché l’amica Eleanor Friede aveva di recente impegnato le sue pietre, facendo fronte a una difficile situazione finanziaria. Incredibile è anche la misteriosa «lista degli invitati» che, apparsa sul New York Times nei giorni immediatamente successivi al ballo, viene riproposta oggi col suo mix di amici, divine, intellettuali, attrici, socialites, ricche ereditiere, assenze e presenze dell’ultima ora.

Tuttavia, il tema della musica è il più pregnante perché sottende l’idea stessa di un heartbeat della festa, cadenzato fra cene pre-party e uscite dalle porte di servizio del Plaza: andamento che doveva per Capote associarsi a una diversa fase della vita e della propria scrittura, alla difficile prova d’intonazione richiestagli da A sangue freddo, nell’imporgli di attendere – per ideare la fine del suo romanzo – la condanna ai morte dei protagonisti in carne e ossa, rimbalzata di rinvio in rinvio, in uno sfibrante calendario di fiducia e disperazione.
In questo senso, mi pare si sia fin qui sottovalutato come lo stesso Black and White Ball, col suo tragico, scintillante rumore attorno all’esecuzione di due uomini, sia probabilmente da riconoscersi in un esercizio consapevole d’après Virginia Woolf; come cioè, ben oltre uno scandaloso dispendio di soldi ed energie, dimentico della tragica morte dei Clutter, il party possa esser stato concepito con un occhio alle preoccupazioni di Mrs. Dalloway, alla fantasmatica figura di Septimus, reduce dagli orrori della Prima Guerra Mondiale, la mente rivolta al tragico suicidio che anticipa la fine del libro, l’inizio del ricevimento di Clarissa; una nuova armonia, modellata per l’appunto sull’invenzione perfetta dell’autrice.

«Mrs. Dalloway said she would buy flowers herself. For Lucy had her work cut out fir her. The doors would be taken off their hinges … And then, thought Clarissa Dalloway, what a morning – fresh as if issued to a children on a beach».