È stato reso noto il nome dell’autore della sparatoria che giovedì ha mietuto sei vittime a Plymouth, in Devon, cittadina portuale nella costa sudoccidentale dell’Inghilterra. Si tratta del ventiduenne Jake Davison, che si è tolto la vita poco prima dell’arrivo sul posto della polizia dopo aver lasciato sul selciato cinque persone, con alcune delle quali aveva, secondo gli inquirenti, un «rapporto di familiarità».

LA PIÙ GIOVANE, una bimba, aveva solo tre anni di età: la più anziana 66. In una conferenza stampa tenutasi ieri, il capo della polizia locale ha riferito che l’attacco è cominciato presso un domicilio noto all’aggressore.
La polizia del distretto del Devon e della Cornovaglia si era trovata nella scia mortale di Davison – che pare avesse un legale porto d’armi, anche se non si sa se relativo all’arma, un fucile a pompa, utilizzata nel folle raid nella zona di Keyham – subito dopo aver ricevuto una chiamata attorno alle sei del pomeriggio di giovedì.

La prima vittima del giovane apprendista operatore di gru – una donna – gli era nota, sebbene a ieri non ne fosse stata ancora resa nota l’identità. Non è escluso che possa essere la madre. Subito dopo, nella stessa strada, Davison sparava e uccideva la bimbetta e il padre di questa poco più che quarantenne, ferendo poi altre due persone, un uomo e una donna, ricoverate ora in ospedale con ferite serie ma non in pericolo di vita.

NON ALTRETTANTO fortunate le due vittime immediatamente successive: un uomo di 59 anni, ucciso in un parco adiacente e una donna di 66, in una località anch’essa vicina. Quest’ultima ha ricevuto in ospedale gli inutili soccorsi. Qui il giovane rivolgeva l’arma contro di sé un attimo prima che gli agenti lo raggiungessero, ponendo fine a un orrore della durata di circa sei minuti, il tutto sotto gli occhi di vari testimoni. La polizia ha subito escluso l’ipotesi terroristica pur dichiarando di tenere la «mente aperta» quanto a una simile circostanza. Ma sembra abbastanza chiaro che ci si trovi nel ferale terreno dei «mass shootings» in stile Columbine che ormai da anni, a centinaia, si susseguono negli Usa, dove le armi si trovano ormai anche nelle uova pasquali.

JAKE DAVISON, infatti, collima appieno con il profilo dello shooter americano, ventenne o giù di lì: solo, frustrato, pieno di risentimento. Ma non, in questo caso, verso l’ostile universo scolastico di compagni e docenti, bensì quello femminile nel suo complesso, reo di averlo sempre snobbato per colpa del suo aspetto e della sua forma fisica. E, in perfetta ottemperanza con una ben consolidata prassi, qualche settimana prima della strage ha lasciato l’immancabile, delirante tirata in video.

Dove si dice «sconfitto dalla vita» mentre mescola cultura popolare, meme, vernacolo gaming e altri riferimenti alla galoppante misoginia dei cosiddetti incel (crasi di involuntary celibate, celibe involontario): giovani maschi il cui testosterone e rabbia in eccesso si rovesciano in un universo iperviolento represso che vede nella donna irraggiungibile l’apice del desiderio supremo e dell’odio più inveterato e che passa le notti online a insultare l’universo e a sognare la propria vendetta finale, irreversibile, fatale.

«IO SONO UN TERMINATOR» dice in uno di questo video Davison, riferendosi alla celebre pellicola di Cameron & Schwarzenegger, paragonando la resistenza senza speranza dell’androide protagonista del film in difesa degli umani con la propria determinazione e tenacia in barba al fallimento nella vita professionale come in quella sentimentale. La mania delle armi e una simpatia per il trumpismo completano in lui il quadro di una sociopatia zampillante ormai sempre meno appannaggio esclusivo della land of the free.