Nelle sale della Biblioteca di Sarajevo distrutta dalle granate serbe i libri oggi non ci sono più, bruciati a migliaia con chi cercava di portarli via da quella devastazione. Le sale vuote sono diventate racconto di memoria, ci sono le immagini dei processi dei tribunali internazionali a Milosevic e agli altri responsabili dei crimini commessi nella ex-Jugoslavia, eccidi, massacri, violenze feroci contro i cittadini bosniaci. E ci sono le testimonianze dolorosissime di chi ha attraversato quei giorni nei campi di detenzione tra torture, stupri di massa, umiliazioni, omicidi. Nella costruzione di questo racconto che vuole mantenersi vivo per poter andare avanti nel futuro, c’è anche il festival di Sarajevo: tutti i suo manifesti sono raccolti in mostra uno dopo l’altro dal primo, nel 1995, un disegno di germogli che devono ancora sbocciare come quei nuovi giorni che erano l’avvenire.

LA SCOMMESSA lanciata allora in forma di resistenza al conflitto è durata nel tempo arrivando sino oggi: «I love Sarajevo» è il motivo del festival i cui manifesti appaiono ovunque in città, mentre i suoi eventi la «occupano» col tappeto rosso davanti al Teatro nazionale, la musica, i bar, le feste intrecciandosi al caos allegro dell’estate, alle vacanze, alle serate di negozi aperti, alla presenza di turisti da tutto il mondo.
Anche le sale del festival sono piene, il pubblico è mescolato, ci sono giovanissimi e persone meno giovani, chi ai tempi della guerra non era ancora nato e chi invece ne ha vissuto l’esperienza alla prima persona. Soltanto in alto, nei quartieri arrampicati sopra al cimitero (impressionante) di tombe bianchissime, nelle stradine dove chi incroci sorride e saluta, del festival non si vede presenza: sembra un altro mondo, forse lo è.

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Nowe Horyzonty tra mutazioni dei corpi e nuove identitàL’edizione 2023 si è chiusa con il premio a Blackbird Blackbird Blackberry, terzo film della regista georgiana Elene Naveriani, una storia d’amore e di scoperta di sé nella figura della protagonista, una donna intorno ai cinquant’anni che vive in un villaggio e all’improvviso rischiando di cadere in un burrone, va alla scoperta di nuovi e inesplorati equilibri della propria esistenza. Il desiderio, la sensualità, la libertà di scegliere, passaggi che la regista restituisce tra invenzioni formali e narrative di una commedia capace di sorprendere. Quello dei personaggi femminili è stato uno dei motivi che hanno caratterizzato la selezione in un Paese che rispetto al passato di guerra mette le donne al centro della narrazione (le ragazze, quando dici che in Italia sono state uccise già dall’inizio dell’anno quasi duecento donne, non possono crederci). E la guerra con le sue proiezioni sull’oggi rimane il riferimento ricorrente nell’immaginario che si fa luogo di elaborazione di un trauma collettivo e personale, voce per storie singolari che narrano un’epoca, espressione di malinconie e speranze che ne vorrebbero sperimentare altre possibili. Che questo è il senso politico di un festival del quale il suo fondatore afferma l’indipendenza dalla politica intesa come istituzione; politico è il sentimento che lo costruisce, quella ricerca costante di inventare il mondo cercando traiettorie meno evidenti. Qualcosa di molto importante specie perché le rotture di quegli anni non sembrano essersi davvero composte nonostante un’apparenza calma.

IN QUESTA DIREZIONE va Deserters di Damir Markovina, costruito sulle lettere – lette da diverse voci fuori campo – degli studenti di un liceo a Mostar; la guerra li spiazza, forse inattesa, portandoli a riflettere sul fatto che in fondo erano felici anche se si lamentavano. Qualcuno fugge, altri rimangono, mantengono nel tempo i contatti salvo uno a cui si rivolgono quasi a esorcizzare quella sua sparizione nel silenzio che può essere fine. Nelle parole c’è la rabbia contro chi li ha massacrati, l’odio (per i serbi) che spaventa se stessi, il dolore, la perdita di sé, di chi si ama, della propria casa. Cosa significa essere altrove e cosa rimanere lì. Le immagini al presente del ponte ricostruito e dell’acqua in cui i ragazzi si tuffano stridono con quanto le parole evocano: dove si custodiscono le tracce della memoria?
Di altre fratture parla Bottlemen di Nemanja Vojnovic, premiato nel concorso documentari, in cui l’autore prova a confrontarsi con la marginalizzazione dei rom in Serbia – anche se questo rimane sottotraccia ed è un po’ il limite del film – seguendo il quotidiano di raccoglitori di plastica nella discarica (ormai dismessa) di Vika. Nonostante sia uno dei siti più inquinati in Europa, i ragazzi lavorano a mani nude e senza protezioni: raccolgono bottiglie, la plastica viene stoccata nei contenitori, più se ne riempono più si guadagna. Si deve essere veloci, aggressivi,stare attenti a non venire stritolati dalle macchine. Il protagonista pian piano di ribella in silenzio, la discarica intanto chiude loro se ne vanno, verso un orizzonte di nuovo incerto.