È alla fine di una seduta notturna durata quattro ore che la commissione Giustizia della Camera ha concluso l’esame degli emendamenti alla proposta di legge sulla prescrizione, attesa adesso in aula a partire da lunedì della settimana prossima.

LE MODIFICHE che avrebbero voluto le opposizioni sono state tutte respinte, compresi i tentativi in extremis del M5s di quintuplicare i termini per alcuni reati e di fare dell’abuso d’ufficio un reato privo di prescrizione. Passano invece un emendamento tecnico di Forza Italia e uno a doppia firma Costa-Pellicini, che di fatto configura la nuova disciplina dei tempi giudiziari. Si prevede infatti che «il corso della prescrizione» rimanga «sospeso, in seguito alla sentenza di condanna di primo grado, per un tempo non superiore a due anni e, in seguito alla sentenza di appello che conferma la condanna di primo grado, per un tempo non superiore a un anno».

L’ACCORDO della maggioranza (insieme ad Azione) era arrivato la settimana scorsa e riporta in sostanza le lancette indietro ai tempi della legge Orlando. Inizialmente l’idea presentata dal forzista Pietro Pittalis consisteva nel ritorno in auge della ex Cirielli, la legge che nel 2005 accelerò in maniera molto decisa i tempi di prescrizione. Dodici anni dopo, nel 2017, il ministro della Giustizia Andrea Orlando riallungò tutto stabilendo due anni di tempo per il giudizio di Appello e uno per la Cassazione. Nel 2019 il pentastellato Alfonso Bonafede riformò nuovamente la materia, con lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado o un decreto di condanna. Nel 2021, infine, Marta Cartabia stabilì che non c’erano limiti di tempo per il processo di primo grado ma che l’Appello non poteva andare oltre i due anni e la Cassazione non oltre i 12 mesi. Questo curioso gioco dell’oca finisce adesso con la decisione di riprendere quanto stabilito nel 2017.

IN COMMISSIONE hanno votato a favore i partiti della destra e Azione, mentre contro si sono espressi il M5s («Così i processi si allungheranno e molti andranno in fumo») e il Pd, che avanza anche dubbi sull’abrogazione della riforma Cartabia, che venne approvata in accordo con l’Ue durante le trattative per il Pnrr. Il timore dei dem è che adesso questi fondi siano a rischio. Denis Dori dell’Alleanza Verdi Sinistra si è astenuto, sostenendo che l’emendamento Costa-Pellicini sia «un miglioramento rispetto ai contenuti iniziali della proposta di legge Pittalis». E se il relatore Enrico Costa (Azione) parla di «grande passo avanti», dalle parti del governo si esulta in maniera ancora più esplicita. Il sottosegretario Delmastro: «Archiviamo anni di rimaneggiamenti volti a piazzare bandierine ideologiche». Così anche il presidente della Commissione, Ciro Maschio (FdI) che sostiene siano state eleminate «le bizzarrie giuridiche della sospensione della riforma Bonafede e dell’improcedibilità della Cartabia».

GRANDE ASSENTE dal dibattito è il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che se in questi giorni è giustificato perché in trasferta tra Stati Uniti e Canada, sul resto della vicenda sembra non aver toccato palla. Anzi, la sensazione è che siano stati i suoi a non permettergli di toccarla: lunedì della settimana scorsa, a palazzo Chigi, la premier Meloni aveva incontrato diversi esponenti del suo governo proprio per parlare di prescrizione, per una riunione che a molti è parsa come una specie di commissariamento del Guardasigilli.

IN ATTESA, ormai da mesi, della sua grande riforma della giustizia: mille volte annunciata e mille e una volta rinviata.