Seconda notte di proteste nelle principali città argentine dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del maxi-decreto con cui il governo di Javier Milei intende deregolamentare l’economia e privatizzare tutte le aziende statali.

Dopo i cacerolazos spontanei esplosi mercoledì notte, a Buenos Aires, Rosario, Luján, Morón, Ensenada, La Plata, Mar del Plata, Tandil, Chascomús, Mendoza, San Carlos de Bariloche, e in molte altre città del paese migliaia di persone si sono date appuntamento attraverso i social per nuove manifestazioni notturne. A Córdoba, seconda città più popolosa del paese, la polizia ha caricato la folla con proiettili di gomma e gas lacrimogeni per evitare il blocco totale della centralissima Avenida General Paz.

L’OSSESSIONE di evitare i blocchi stradali sembrerebbe guidare l’azione repressiva nei primi giorni del nuovo governo. La ministra per la sicurezza Patricia Bullrich ha emanato la settimana scorsa un protocollo d’azione che dà via libera all’arresto di chiunque intralci il traffico durante una manifestazione, considerato delitto in flagrante. E i beneficiari di sussidi statali che vengano fermati durante le proteste perderanno il diritto ai contributi pubblici. Il banco di prova si è presentato proprio in occasione del corteo che ricordava l’anniversario della rivolta popolare del 20 dicembre del 2001: il governo ha mobilitato 3.500 agenti federali per costringere i manifestanti ad avanzare sui marciapiede.

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Le proteste delle ultime due notti sono dunque una sfida anche contro il nuovo protocollo repressivo che, salvo a Córdoba, non è stato ancora applicato alla lettera nelle notti in cui risuonano i colpi sulle pentole vuote nelle principali piazze argentine. Ma si tratta ancora di manifestazioni spontanee, sebbene numerose, animate da classi medie urbane indignate di fronte alle misure di austerity e deregulation imposte in solo dieci giorni dall’estrema destra al governo. Giovedì notte oltre ai cori contro il presidente, si cantava anche contro i dirigenti delle tre centrali sindacali nazionali, chiedendo con urgenza lo sciopero generale. Da Cgt, Cta e Cta-autónoma per ora è solo giunta la convocazione a una manifestazione nazionale a Buenos Aires per il 27 dicembre, ma senza sospensione delle attività. Il sindacalismo argentino sembra voler coordinare la lotta contro le misure di Milei con l’opposizione peronista, ancora stordita – e profondamente divisa – dopo la batosta elettorale del 19 novembre.

INTANTO il governo non dà segni di voler tornare sui suoi passi nonostante le proteste. Dal suo insediamento lo scorso 10 dicembre, Milei ha svalutato la moneta nazionale di oltre il 50%, ha annunciato l’eliminazione dei sussidi all’energia e ai trasporti, la cessazione dei contratti di lavoro statali con meno di un anno, ha disposto il congelamento degli appalti pubblici e la privatizzazione dei cantieri in via di allestimento e ha ridotto di un terzo ministeri e segreterie. In questi giorni approda in parlamento anche il maxi-decreto che dichiara l’emergenza economica e sociale, riforma più di 300 leggi, limita gli scioperi, privatizza le 33 aziende statali ed elimina la maggior parte delle regolazioni normative a commercio e produzione. Per non perdere vigenza però dovrà essere approvato da almeno una delle due camere, obbiettivo che col passar delle ore sembra sempre più lontano. Numerosi blocchi parlamentari hanno chiesto al governo di inviare alla Camera una “legge specchio”, che contenga le stesse misure contenute nel decreto in modo da poter modificarle anche solo parzialmente. Il decreto d’urgenza, invece, può essere solo approvato o respinto in toto.

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UNA COSA è certa: la volontà di tagliare drasticamente le spese e ridurre le regolazioni statali è quasi trasversale nella politica argentina. Un campo, quello della “battaglia culturale”, concetto gramsciano preso in prestito dall’estrema destra e sbandierato nell’intera campagna elettorale, in cui Milei e i suoi seguaci stanno ottenendo piccole vittorie. Secondo un recente sondaggio il governo ha l’approvazione nel 53% dell’elettorato nonostante l’avvio del “piano motosega”, che doveva colpire i privilegi della cosiddetta casta politica e sta invece sferzando la già fragile condizione di lavoratori e classe media.

Anche per questo, mobilitazioni, proteste e minacce di sciopero non sembrano scalfire il presidente Milei e la sua squadra. «C’è gente che soffre della sindrome di Stoccolma, è legata al modello che la impoverisce», ha dichiarato il capo di stato circa le contestazioni ogni notte più chiassose in tutto il paese.