Oggi è la nona giornata di manifestazioni e di scioperi, organizzata dai sindacati sempre uniti, per ottenere il ritiro della riforma delle pensioni, malgrado sia ormai passata al parlamento, malamente, con la bocciatura della sfiducia. I cortei saranno affollati e l’astensione dal lavoro consistente, dai trasporti alla scuola a tutti i servizi pubblici, con la protesta che si sta allargando alle università, mentre Emmanuel Macron sarà a Bruxelles al Consiglio europeo. Già ieri è stata una giornata «porti morti», con scioperi e azioni in tutto il paese.

L’INTERVISTA TV del presidente Macron a metà giornata su Tf1 e France2 non solo non ha calmato la tensione aumentata dopo il ricorso al 49.3, ma sta contribuendo a esasperare il clima. Due visioni sono a confronto, senza possibilità di dialogo: Macron, che afferma di «assumere» una scelta «impopolare» e ha come solo «rimpianto» di non aver saputo «spiegare la riforma», ha ripetuto le ragioni dell’innalzamento dell’età a 64 anni, la razionalità economica, la situazione lasciata dai finanziamenti del Covid. E ha accusato i sindacati di non aver fatto proposte alternative. In altri termini, io ho ragione contro tutti, sono il solo responsabile.

LE REAZIONI sono state virulente: Laurent Berger della Cfdt accusa Macron di “mentire” e di «negare» la realtà. I sindacati hanno delle proposte, ma non sono stati ascoltati, dice Berger, «Macron mente per mascherare l’incapacità a trovare una maggioranza per una riforma ingiusta». Philippe Martinez della Cgt denuncia un «governo di gente che non sa cos’è la democrazia sociale e il sindacalismo».

Anche l’opposizione politica ha reagito con veemenza: per Olivier Faure del Ps, Macron mette «più esplosivo in un braciere già ben acceso», per Marine Tondelier di Europa Ecologia, il presidente «offende». Jean-Luc Mélenchon della France Insoumise vede «tradizionali segnali di disprezzo». È un faccia a faccia che non trova neppure una descrizione comune della situazione: per Macron, c’è una necessità economica di fare la riforma, con la demografia che è cambiata e lo squilibrio tra attivi e pensionati, mentre per le opposizioni, politiche e sindacali, non c’è nessuna fretta o addirittura nessuna necessità di riformare il sistema pensionistico.

MACRON HA FATTO delle piccole aperture sui lavori usuranti, sulla fine delle carriere, sulle riconversioni, ha evocato un contributo delle imprese che hanno moltiplicato gli utili e li destinano a un riacquisto di proprie azioni (per farne aumentare il valore). Come se le piazze francesi non fossero in agitazione da mesi, ha invitato i sindacati a partecipare alle trattative. Ma non ha ceduto sulla sostanza della riforma: seguirà l’iter «democratico», l’analisi del Consiglio costituzionale, per poi entrare in vigore «entro l’anno».

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NON CI SARÀ cambiamento di governo né referendum. L’eventuale dialogo con i sindacati sembra impossibile, tanto più che la Cgt ha il congresso dal 27 al 31 marzo, con la scelta del successore di Philippe Martinez (la sola cosa che sembra sicura è che sarà una donna). Macron propone accordi politici, legge per legge, alle opposizioni, sulle riforme a venire, scuola, salute, clima: ma il governo Borne, che ha solo la maggioranza relativa, isolato e senza alleati, rischia la paralisi.

MACRON HA ANCHE giocato la carta dell’ordine. Di fronte alle manifestazioni spontanee, con episodi di violenza, ha affermato che «non si possono accettare né i faziosi né le fazioni». In aula, la vigilia, la prima ministra Elisabeth Borne aveva attaccato la France Insoumise: «la vostra violenza verbale è straripata nelle piazze». C’è polemica sulla violenza della repressione della polizia e sui numerosi fermi. Il Prefetto di Parigi, Laurent Nunez, afferma che non c’è stato «nessun fermo abusivo», ma Amnesty International denuncia «un ricorso eccessivo alla forza» con l’uso delle granate sting ball, e «arresti abusivi». Negli ultimi sei giorni, a Parigi ci sono stati 790 fermi.

LA VIGILIA, di fronte ai parlamentari della maggioranza, Macron ha delegittimato le forme estreme di protesta, «la folla non ha la legittimità di fronte al popolo che si esprime attraverso i suoi rappresentanti eletti» (un riferimento a una famosa frase di Victor Hugo: «quando la folla tradisce il popolo»).