È ripartito lo scorso lunedì 20 febbraio, presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, il negoziato per il Trattato mondiale sugli oceani, che era stato sospeso a un passo da una conclusione positiva lo scorso agosto.

Dal successo di questo importantissimo negoziato dipende l’impegno concordato lo scorso dicembre a Montreal alla Conferenza mondiale sulla Biodiversità per tutelare il 30 per cento della superficie terrestre e degli oceani entro il 2030: il cosiddetto «Obiettivo 30 x 30».

I progressi fatti durante le sessioni della scorsa estate fanno sperare che sia a portata di mano un Trattato ambizioso che consenta di rispettare questo impegno senza farsi sfuggire l’obiettivo.

«Gli oceani sostengono la vita sul pianeta Terra e il loro destino verrà deciso a questo negoziato», ha dichiarato Laura Meller, Oceans Campaigner e Polar Advisor di Greenpeace Nordic. «La scienza è chiara: proteggere il trenta per cento degli oceani entro il 2030 è il minimo impegno necessario per evitare la catastrofe. È stato incoraggiante vedere gli Stati adottare a dicembre l’obiettivo del 30 x 30, ma obiettivi elevati senza azioni conseguenti non significano nulla».

Il fatto che si tenga una sessione speciale a pochi mesi dalla sospensione formale del negoziato sembrerebbe essere un buon segnale. Se il prossimo 3 marzo sarà firmato un Trattato forte, allora l’obiettivo 30 x 30 sarà ancora a portata di mano.
Greenpeace auspica che tutti i governi coinvolti tornino al negoziato pronti anche ai compromessi necessari per arrivare a un trattato che sia davvero efficace: ormai siamo già ai tempi supplementari, senza alcuna possibilità di calci di rigore. Questa è davvero l’ultima occasione e i governi non possono fallire.

Un gruppo di oltre cinquanta Paesi, la High Ambition Coalition (che comprende i Paesi dell’Unione Europea, quindi anche l’Italia) aveva già promesso un Trattato entro il 2022, ma senza riuscirci. Come mai questo parziale fallimento? Molti autoproclamati «campioni degli oceani» del Nord del mondo hanno rifiutato di accettare compromessi su punti importanti, come gli aspetti finanziari o la condivisione dei benefici economici ricavati dalle risorse genetiche degli organismi marini.
Su questi punti decisivi, come su quelli relativi alla cooperazione e capacity building, si gioca il negoziato e spetta anzitutto ai Paesi del Nord del mondo risolvere l’impasse e proporre offerte negoziali che siano credibili ai Paesi del Sud.

Greenpeace chiede che l’obiettivo principale del Trattato sia la realizzazione di una rete globale di aree marine protette che copra almeno il trenta per cento degli oceani. Un Trattato forte e vincolante deve poter definire Santuari a protezione integrale nelle acque internazionali e la Conferenza delle Parti (CoP) creata dal Trattato deve poter prendere decisioni rispetto a ogni possibile minaccia alle future aree protette in acque internazionali: dalla pesca, all’inquinamento e alle estrazioni minerarie.
La Conferenza delle Parti deve, inoltre, poter operare con decisioni prese a maggioranza, senza la minaccia di restare paralizzata dai veti di uno o pochi Paesi.