Voleva restare a tutti i costi ed è uscito sbattendo la porta. Le dimissioni del neo-ex vice premier nonché ministro della Giustizia Dominic Raab, travolto dalle accuse di bullismo e maltrattamenti psicologici da parte di sottoposti nei dicasteri da lui ricoperti, sono un altro colpo alla credibilità post-Boris Johnson faticosamente racimolata dal primo ministro Rishi Sunak. «È saltato giù lui prima che lo spingessero» come icasticamente si dice da queste parti.

ALLA FINE RAAB, ferreo – in tutti i sensi – alleato del premier, ha dovuto mollare la cadrega, travolto dalle accuse di bullismo che gli aleggiavano attorno da anni. Ha dato le dimissioni ieri mattina sul prestino, sollevando così il soffice Sunak dall’insopportabile onere di doverlo licenziare lui, dopo la pubblicazione, giovedì, di una inchiesta portata avanti per cinque mesi da un avvocato «indipendente» sulla condotta «abrasiva» del Raab medesimo.
La relazione di Adam Tolley, motivata dalle ripetute – otto in tutto – denunce sporte da alcuni collaboratori di Raab ne accerterebbe il comportamento «intimidatorio, insultante, persistentemente aggressivo» rilevato in più e più occasioni mentre era segretario per Brexit sotto Theresa May e come ministro prima della Giustizia e poi degli Esteri sotto Boris Johnson. Un comportamento che avrebbe portato alcuni/e di costoro a sentirsi male fisicamente – nausee ecc. – prima di essere ammessi/e alla di lui presenza e di essere investiti/e da strilli, urli, male parole, critiche feroci e altre amenità.

L’INTERESSATO ha risposto con una livorosa lettera di dimissioni dove, in luogo dell’abituale contrizione e della totale sottomissione al supremo volere del premier e agli interessi della patria, ha attaccato personalmente l’autore dell’inchiesta e criticato la soglia da questa stabilita oltre la quale un comportamento da parte di un ministro o leader è definito come bullismo – che lui considera troppo bassa e in fin dei conti lesiva degli standard di efficienza e zelo dovuti ai cittadini britannici. Questo dopo un articolo sul Telegraph dove aveva parlato dell’inchiesta come di una «saga kafkiana» e criticato le anticipazioni trapelate ai media sul suo corso e possibile esito.

LA NOTIZIA è stata accolta con un enorme sospiro di sollievo nelle stanze del ministero della Giustizia popolato da funzionari visti dalla destra Tory come dei disossati snowflakes, ipersensibili liberal che abbracciano gli alberi e la fluidità di genere la cui proliferazione è un chiaro segno del tramonto dell’Occidente maschio bianco etero e cristiano – almeno secondo il copione delle “guerre culturali” ormai indispensabili nel distinguere la destra-centro dal centro-sinistra in tutta Europa. Peraltro, il reato di bullismo non esiste «giurisprudenzialmente» e non bisogna omettere il passaggio del rapporto Tolley che ne autorizza le critiche: esso non ha effettivamente trovato prove che suggeriscano alcun abuso di potere, né prove convincenti che Raab abbia urlato contro gli individui o avesse mai «perso il controllo».

Gli è che la fama di Raab come di un personaggio “fumantino” lo precedeva e, francamente, bastava vederne il malfermo controllo dei nervi nelle interviste per immaginarne la condotta lontano da obiettivi indiscreti. Classico maschio-alfetta della destra neoliberista, karateka cintura nera terzo dan, Raab ha costruito la propria carriera sull’euroscetticismo fondamentalista, mietendone i frutti sotto forma di incarichi di prestigio fin dai tempi di Theresa May – contro la quale fu uno dei primi a ribellarsi ai tempi del contestatissimo accordo di uscita dall’Ue da costei negoziato.

NEL RIMPASTINO controvoglia di Sunak, che ha risposto alle dimissioni con una lettera in cui parla di «grande tristezza» (proprio non voleva prenderla questa decisione, un calice che ha ritardato di bere tergiversando fino all’ultimo) entrano Oliver Dowden come vice premier e Alex Chalk alla Giustizia.