Tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è giusto e naturale. Per alcune ragioni che ci vengono nettamente indicate dall’esito delle elezioni politiche spagnole del 23 luglio. La prima è che esiste ancora una maggioranza di cittadini europei che temono i fascismi e dunque coloro che, nel tempo presente, ne reinterpretano e modernizzano le eredità. La seconda è che il “modello italiano”, per quanto i neofascismi siano stati sdoganati quasi ovunque (tranne in Germania dove, pur traballando, sopravvive l’”arco costituzionale” che esclude Afd) non è così facilmente esportabile in altri contesti dove le sensibilità politiche sono meno ottuse che da noi e meno forti le tradizioni corporative. Il caso italiano, nel bene e nel male, è destinato a rimanere un “caso”.

La terza ragione è che il progetto di spostare decisamente a destra l’asse delle istituzioni europee e gli equilibri politici nel Vecchio continente subisce una battuta d’arresto. Ma certo non una disfatta irrecuperabile. Le forze dell’estrema destra non sono certo europeiste, ma nutrono nondimeno l’ambizione di portare avanti una propria politica di respiro europeo che le protegga dall’Europa e che, insomma, neutralizzi gli ostacoli frapposti dall’Unione all’arbitrio, sempre più “postdemocratico”, dei nazionalismi. Non rinunciando, tuttavia, a quei benefici senza i quali gli elettori finirebbero col voltargli le spalle.

Ambizione infestata di ambiguità, accecamenti ideologici e contraddizioni interne, messe da parte con la furba formuletta «siamo d’accordo di non essere d’accordo», che oltre ad essere ridicola è anche alla radice di tutte le guerre.

La destra moderata (ma non tanto e non sempre) del Partito popolare europeo non ha ritenuto di calcare la mano su queste “sbavature” nazionaliste pensando di strumentalizzarle e sfruttare l’espansione della destra estrema per liberarsi dall’abbraccio di verdi e socialdemocratici di fronte a un passaggio cruciale che mette l’Unione dinanzi alla riconfigurazione degli assetti globali, all’insostenibilità sociale e ambientale del modello economico, a un fenomeno immigratorio inarrestabile e al ritorno della guerra sul suolo europeo. Era il progetto portato avanti dal governo di Roma e dal presidente del Ppe Manfred Weber in tutto e per tutto simile a quello proposto, a parte i grugniti neofranchisti, dai popolari spagnoli insieme a Vox per il governo della Spagna.

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L’onda nera è dunque finita in risacca grazie alla resistenza dei socialisti di Sanchez? Sostenerlo è a dir poco un’imprudenza. Lo spostamento a destra della politica europea comincia a prendere anche altre forme. A partire dall’inclinazione sempre più reazionaria dei partiti di centrodestra alla rincorsa delle formazioni radicali, subendone in qualche modo l’egemonia ma, pur incassando in termini di voti, senza riuscire a ottenere con i voti sottratti agli alleati una maggioranza di governo.
Questo slittamento a destra dei centristi ha però conseguenze per nulla insignificanti. La prima è l’insorgere di forti divergenze interne come abbiamo potuto constatare con la mancata bocciatura del Green Deal, concordata con i conservatori, grazie alla defezione di deputati del Pp. La seconda è l’estrema difficoltà nel riprendere un dialogo con la socialdemocrazia dopo aver imboccato una decisa rotta di collisione. In altre parole, quel ritorno alle grandi coalizioni che, visti gli attuali rapporti di forze, gli interessi economici dominanti e la politica benpensante auspicano come unica garanzia di stabilità e di controllo sociale appaiono decisamente impraticabili. Difficile pensare a un dialogo tra Ppe e Psoe, dopo una campagna elettorale improntata a “inimicizia assoluta” come quella che si è appena svolta nella penisola iberica.

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Del resto, anche in Germania i fattori che hanno portato al logoramento della longeva coalizione tra i cristiano-democratici e la socialdemocrazia nonché all’erosione dei partiti maggiori sono ancora tutti attivi.

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L’ “onda nera” è alimentata, a diverse latitudini, dalla delusione, talvolta dalla rabbia, di fronte a quelle politiche della sinistra che hanno agevolato i suoi avversari nell’imputarle subalternità “senza gloria” all’egemonia neoliberale (la vera poderosa e tenace egemonia culturale della destra, altro che le scemenze del ministro della Cultura italiano). E finché questo alimento non sarà decisamente interrotto continuerà a gonfiarsi. Il governo di Madrid, aiutato peraltro dalla presenza di una mobilitazione sociale, in qualche misura lo ha fatto e ha ottenuto, nella stessa misura, un risultato. Il timore del fascismo non sarebbe altrimenti bastato. Anche altrove converrebbe ricordare che non può bastare.