In Senegal si avvicina il primo turno delle elezioni presidenziali, previste per il 25 febbraio e basate su un sistema presidenziale a doppio turno con ballottaggio. Le violente manifestazioni di marzo e giugno sono state sedate con misure restrittive, come la sospensione dei corsi all’università Cheick Anta Diop e del principale collegamento marittimo tra Dakar e Ziguinchor, bastione del partito Pastef (Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità, dissolto da fine luglio) di Ousmane Sonko, principale oppositore dell’attuale presidente Macky Sall. Ma anche l’annuncio in giugno di quest’ultimo di non presentarsi per un terzo mandato ha contribuito a calmare gli animi.

CONDANNATO A DUE ANNI per «corruzione di minori», Sonko da luglio si trova in carcere con ulteriori pesanti accuse di «cospirazione», «attentato alla sicurezza nazionale» ecc. Ma il 14 dicembre il Tribunale di Dakar lo ha riammesso nelle liste elettorali, dandogli così il tempo di presentare la sua candidatura entro il termine del 26 dicembre. Sonko ha provato a raggirare gli impedimenti che venivano dalla Direzione generale delle elezioni, presentandosi senza le firme richieste (parrainages), ma assieme al partito Senegal in Testa.

La candidatura dunque c’è e prevede anche un piano “B”: Bassirou Diomaye Faye, suo braccio destro, curriculum molto simile, anche lui in carcere ma ancora candidabile. La palla ora passa al Consiglio costituzionale, che dovrà esprimersi entro il 12 gennaio su tutte le candidature. Degli oltre 200 candidati impegnati nella raccolta dei loro parrainnages – si è scherzato sull’inserimento del Senegal nel Guinness dei primati – ne sono rimasti infine 79.

LA PARTECIPAZIONE è palpabile: a Dakar il ronzio radiofonico dei dibattiti sulle elezioni è ovunque. Si vocifera che se Sonko potesse effettivamente correre per la presidenza stravincerebbe. Lo dicono le analisi degli esperti ma non solo: malgrado i sondaggi siano proibiti in Senegal, pare che alcuni privati – fra cui, secondo Jeune Afrique, lo stesso Macky Sall – ne abbiano commissionati alcuni. Sonko veniva dato sempre in testa. D’altro canto è ormai nota la sua smisurata popolarità, soprattutto tra i giovani.

Secondo il professor Oumar Dia, parte dell’intellighenzia del Pastef, studenti e professori sostengono Sonko per la forte inflessibilità morale e perché il suo è l’unico progetto di ripristino di un’autentica sovranità nazionale, svincolata da paesi terzi ma ancora a vocazione panafricanista. Nei suoi confronti emerge sempre più evidente anche il sostegno da parte di una classe media più silenziosa che, probabilmente, una volta alle urne, lo voterebbe.

TRA GLI ALTRI CANDIDATI spiccano Karim Wade, liberale, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade e da anni in esilio in Qatar; l’ex sindaco di Dakar Khalifa Sall; il veterano Idrissa Seck; alcuni ex vertici dell’attuale governo, che hanno deciso di dimettersi e correre per le elezioni dopo essere stati scartati come successori ufficiali, come l’ex ministro dell’agricoltura Aly Ngouille Ndiaye e l’ex Primo ministro Mahammed Boun Abdallah Dionne; e l’ex ministra Aminata “Mimi” Touré, che ha reciso il suo legame con Macky dopo la sua mancata nomina alla presidenza dell’Assemblea nazionale.

Esiste anche una sinistra, repubblicana e intellettuale, che non simpatizza per Macky Sall ma è in disaccordo con il Pastef per la componente di conservatorismo islamico e la radicalità del giudizio sull’attuale governo, il cui pugno di ferro viene relativizzato dalle attuali élites politiche come qualcosa che «accade ovunque nel mondo». Inoltre, secondo la sinistra non si può parlare di «dittatura», quindi la proposta di Pastef non può dirsi «rivoluzionaria».

ANCHE SE SONKO DOVESSE restare fuori dalla partita, non appare scontata una vittoria del designato delfino di Macky Sall, l’attuale primo ministro Amadou Ba, candidato della coalizione BBY come elemento di continuità. Può però presentare un bilancio del suo governo che include il secondo Pil dell’Africa occidentale francofona, importanti investimenti nelle infrastrutture legate ai trasporti, l’inaugurazione della nuova città Diamniadio, la costruzione di un gigantesco porto industriale, lo sviluppo parallelo del nuovo giacimento di gas offshore e conversione del 30% dell’energia elettrica in rinnovabile nel 2023, l’ aumento dei sostegni alla piccola e media imprenditoria con finanziamenti più agevoli…

La continuità va inoltre intesa come elemento di stabilità politica, essenziale per l’attrazione di capitali stranieri. Nel contesto regionale che ha visto negli ultimi anni un susseguirsi di colpi di stato militari, sempre di più il Senegal spicca come “eccezione”.

L’ALTRO LATO DELLA MEDAGLIA però vien esemplificato dallo studio dell’ong Civicus (un’analisi qualitativa e quantitativa del rispetto dei diritti e libertà civiche, di associazione e di espressione), che ha declassato il Senegal da paese con una libertà «ostacolata» nel 2022 a paese con libertà «repressa» nel 2023, con un indice peggiore dei vicini Mali e Niger. Sotto accusa la repressione delle libertà civiche, l’incarcerazione di oppositori come Sonko e un eccessivo uso della forza, talvolta letale, durante le manifestazioni.

D’altro canto, alcuni pensano che Macky Sall abbia designato Amadou Ba controvoglia, non reputandola una persona alla quale affidarsi per il mantenimento, a mandato finito, della sua incolumità giudiziaria. In tutti i casi lo attende un nuovo lavoro in Francia, cucito su misura da Macron, come inviato speciale del Patto di Parigi per il Pianeta e i Popoli.

In questo clima, durante la campagna elettorale i candidati dovranno trovare la chiave per proporre soluzioni potenti al fenomeno della disoccupazione giovanile e sul tema della gestione delle risorse – energetiche, agricole, alieutiche – per ricentrare la loro messa a profitto a favore del popolo senegalese.