Sono oltre 2mila le persone ancora presenti nell’hotspot di Lampedusa, che ha una capienza di 400 posti. Nonostante le prime evacuazioni coordinate dal Viminale, domenica e lunedì gli sbarchi sono continuati: 16 un giorno, cinque l’altro. 241 le persone arrivate ieri, quasi tutte subsahariane insieme ad altre originarie di Tunisia e Yemen. La finestra di bel tempo è prevista fino a sabato. E si contano già due vittime in meno di 24 ore.

«Nella notte tra domenica e lunedì, intorno all’1, siamo arrivati al molo Favaloro e abbiamo visto la macchina delle pompe funebri», racconta Giovanni D’Ambrosio, operatore di Mediterranean Hope. Non è chiaro se il barcone si sia ribaltato prima dell’arrivo dei soccorritori, come avrebbero raccontato alcuni sopravvissuti, o se il corpo senza vita sia stato trovato a bordo. «Le persone continuano ad arrivare. I trasferimenti non riescono ad alleviare la condizione di chi è presente nell’hotspot», continua D’Ambrosio.

Domenica all’interno della struttura di contrada Imbriacola ha perso la vita una trentenne della Costa d’Avorio. Era arrivata in Italia da poche ore. Nel pomeriggio era stata visitata nel poliambulatorio dell’isola perché non si sentiva bene. È rimasta un po’ in osservazione e poi è stata dimessa. Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella ha aperto un’inchiesta e disposto il trasferimento del cadavere a Porto Empedocle.

«Terza tragedia del genere in pochi mesi all’interno del centro», denuncia il portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) Flavio di Giacomo. Un ragazzo era morto per un malore il 13 gennaio e una bimba di appena sei mesi il 5 dicembre scorso. Allora nell’hotspot c’erano 900 e 700 persone. Molte meno di questa domenica. Il presidio medico dell’isola ha enormi difficoltà a gestire numeri così alti in assenza di rinforzi.

«Quello che accade nell’hotspot è la rappresentazione plastica della debolezza intrinseca di affrontare un problema strutturale con strumenti contingenti ed emergenziali. Italia ed Europa devono trovare criteri e metodi condivisi sul tema della continuità di ricerca di accesso al proprio territorio», afferma il Garante nazionale delle persone private della libertà personale Mauro Palma.

Ieri Valerio Valenti, capo dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Viminale, ha visitato la struttura di contrada Imbriacola. Un fatto che, sostiene il sindaco di Lampedusa Filippo Mannino, mostra «l’attenzione dello Stato alle esigenze del territorio».

Intanto le prime 1.300 persone evacuate dalla maggiore delle Pelagie sono arrivate a Pozzallo, Taranto e Reggio Calabria. Nel porto siciliano il pattugliatore Monte Cimone della guardia di finanza ne ha portate 90. Nella città pugliese la San Giusto, della marina, ha sbarcato 583 migranti. Circa 300 andranno nell’hospot locale in attesa di essere smistati successivamente. Nel capoluogo calabrese, invece, è arrivata la Dattilo della guardia costiera. A bordo quasi 600 persone. Solo una quarantina resteranno nelle vicinanze, tutte le altre sono già ripartite verso varie regioni a bordo di pullman che le attendevano al molo di Ponente: 45 in Abruzzo, 75 in Emilia-Romagna, 30 nel Lazio, 100 in Lombardia, 30 nelle Marche, 75 in Piemonte, 50 in Puglia, 80 in Toscana e 75 in Veneto.

È singolare, ma forse non troppo, che le navi delle Ong siano spedite a centinaia di chilometri dalla zona dei soccorsi con la motivazione ufficiale, espressa più volte dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, di «decongestionare i porti di Calabria e Sicilia» e in generale le strutture di accoglienza del Sud. Le più robuste unità di fiamme gialle, marina e guardia costiera, invece, sono state indirizzate proprio in quelle regioni.

Oggi altre 1.200 persone dovrebbero lasciare Lampedusa a bordo di navi e su un aereo, sul quale saliranno in 189. Anche questo mezzo è diretto verso il Sud Italia. Sempre in Calabria, a Crotone.