La giornata di ieri in Thailandia segna due ritorni importanti sulla scena politica nazionale: quello del tycoon Thaksin Shinawatra rientrato dall’esilio dove lo aveva obbligato un colpo di stato e subito arrestato; e quello dei militari in doppiopetto che solo fino a qualche settimana fa rischiavano di essere interdetti dal governo che doveva nascere dalla vittoria dei progressisti al voto del 14 maggio scorso. Ma il 30mo premier thailandese eletto ieri è anche un loro uomo: Srettha Thavisin ed è membro del Partito Pheu Thai (il partito della famiglia Shinawatra).

Srettha “Nid” Thavisin è un imprenditore che ha co-fondato nel 1988 Sansiri, uno dei maggiori gruppi di gestione immobiliare del Paese: è un ottimo amico della famiglia Shinawatra e ha ottenuto in parlamento 482 sì contro 165 no e 81 estensioni. Abbastanza per passare lo sbarramento e diventare primo ministro. Ma con un prezzo alto da pagare. Sia per lui sia per i thailandesi.

IL RITORNO di Thaksin e il voto per Srettha Thavisin sono probabilmente legati. Le speculazioni si sprecano e si basano su due elementi: il via vai di Thaksin tra le sue residenze di un esilio scelto dal tycoon nel 2008 a Singapore dove ha costruito il suo ritorno incontrando diversi politici locali; la coincidenza tra l’elezione di Thavisin e il suo ritorno che, al momento, lo vede in prigione.

Fatto inevitabile ma che probabilmente fa parte di un piano che gli restituirà la libertà. La vittoria di Nid, come Thavisin è soprannominato, è legata a un accordo – questo sì alla luce del sole – tra il suo Pheu Thai e i due partiti che fanno capo a due generali: il premier uscente Prayut Chan-o-cha, già del partito Palang Pracharat ma poi presentatosi alle urne col Ruam Thai Sang Chart, autore dell’ultimo golpe militare nel 2014; e Prawit Wongsuwan del partito Palang Pracharath, già premier, vicepremier e ministro della Difesa e considerato uno dei maggiori ispiratori dei colpi di stato del 2006 e del 2014 (i due non si vedono molto di buon occhio tanto che Palang Pracharath ha subito una scissione ma solo mettendosi assieme sarebbero tornati in auge controllando buona parte dei dicasteri e delle poltrone che Pheu Thai dovrà accordare ai dieci partiti della coalizione creata ad hoc).

Il prezzo da pagare per Srettha Thavisin è dunque il peso che i militari – fino a ieri ultranemici del Pheu Thai – eserciteranno sul suo gabinetto con in mano la carta Thaksin. Solo da loro, influenti sulla magistratura thailandese, possono dipendere le sorti del leader de facto del Pheu Thai.

Il prezzo per i thailandesi è di ben altra portata. Alla vigilia del voto Pheu Yhai era dato in vantaggio ma poi, con generale sorpresa, era arrivato primo il partito «arancione» di Pita Limjaroenrat, un giovane brillante e popolare alla guida del Move Forward Party, erede di una precedente formazione progressista e socialdemocratica messa però fuori legge.

In coalizione col Pheu Thai, Pita era il leader predestinato. Non solo, però, alla prima votazione, gli erano mancati i voti: la giustizia thailandese ha pensato bene di accogliere una serie di denunce costruite ad arte, escludendolo dalla corsa.

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Fatto fuori dalla possibilità di candidarsi, Pita e il suo partito hanno solo potuto votare contro gli ex alleati ora a braccetto coi militari. Il paradosso è che questo risultato – l’alleanza tra i Shinawatra e i militari – era stato dato per scontato prima del voto. Ma poi la vittoria di Pita aveva fatto saltare il banco. Quando la magistratura lo ha messo fuori gioco, si è tornati al vecchio schema. Giocando la carta di Thaksin (così almeno molti pensano). Ma è una carta che brucia.

ARRIVATO ieri mattina a Bangkok, Thaksin, 74 anni, un passato da premier con molto consenso e un’attività potente nel settore delle telecomunicazioni (lo chiamavano il Berlusconi asiatico), è stato subito arrestato mentre una folla di sostenitori in camicia rossa ne festeggiavano l’arrivo. È malato e rischia sulla carta diversi anni di galera per le accuse più svariate.

Ma nelle mani di una magistratura prona al potere politico tutto è possibile. Una prigione dorata o gli arresti domiciliari o, persino, il perdono reale anche se Thaksin è sempre stato nemico della Corona.

Una corona mal sopportata ormai anche da sempre più larghi settori del Paese. Un malessere incarnato dal partito di Pita. L’unico che non può sedere al tavolo dove, a dare le carte, ci sono ancora i generali.