La scorsa settimana, con una delegazione della Fiom guidata dal segretario generale Michele De Palma, siamo stati davanti ai cancelli delle fabbriche dell’auto statunitensi, per portare la nostra solidarietà ai lavoratori in sciopero dal 15 settembre e capire questa lotta che ha sorpreso molti; persino il presidente Usa Joe Biden che si è recato ai picchetti per un inedito comizio elettorale.
Anche i lavoratrici di Gm, Ford e Stellantis degli stabilimenti sparsi tra Ohio e Michigan erano sorpresi nel vederci: era la prima volta che una delegazione sindacale straniera (oltre a noi i britannici di Unite e i brasiliani della Gm di San Jose) partecipava a picchetti dello Uaw, lo storico sindacato dei lavoratori dell’automobile fondato nel 1937.

La vertenza è stata preparata con grande cura dal nuovo gruppo dirigente di Uaw – per la prima volta eletto direttamente dalla base – costruendo una piattaforma molto ambiziosa, che di fronte ai profitti record delle Big Three, a condizione di lavoro degradate e a redditi erosi dall’inflazione, chiede aumenti salariali in linea con i dividendi dei gruppi (attorno al 40%), la riduzione d’orario a 32 ore settimanali, la stabilizzazione dei precari, la rivalutazione delle prestazioni del welfare.

Ma in gioco c’è molto di più di un rinnovo contrattuale. Non è solo una vertenza redistributiva, né solo di un settore metalmeccanico, per quanto importante. Questo scontro rimette al centro la possibilità di invertire una tendenza globale che cancella il lavoro come soggetto, dando un segnale di svolta per questi blue collars che, con la stagione neoliberista avviata da Reagan, sono precipitati nella scala sociale da middle class a working poor.

Quando siamo arrivati a Detroit, il segretario della Uaw, Shawn Fain – con addosso la felpa della Fiom che gli abbiamo donato – annuncia l’estensione dello Stand Up Strike alla Kentucky Truck Plant della Ford a Louisville. Non è una fabbrica qualsiasi, è quella che fa più profitti, vi lavorano 8.700 operai che producono i pick-up Super Duty, le Suv Expedition e Lincoln Navigator. La strategia della Uaw, infatti, si basa su una progressiva estensione dello sciopero a oltranza, partendo da un gruppo limitato di stabilimenti per poi estendersi progressivamente agli altri, in corrispondenza con l’andamento delle trattative con le controparti. Che, al momento, non hanno fatto grandi progressi.

L’organizzazione della lotta ruota attorno ai picchetti, sostenuti dalle Locals, le unità di base del sindacato, che raccolgono la grande solidarietà che questa lotta sta raccogliendo nelle comunità coinvolte nelle loro sedi aperte ai lavoratori e ai movimenti di base. Da qui di snoda la catena logistica che sostiene i picchetti. Qui si organizzano i turni, si taglia la legna e si distribuiscono i viveri. Nella Union Hall si può mangiare, si fanno riunioni. Anche feste e raccolte fondi.

Chi sciopera riceve 500 dollari la settimana. A noi, questa enorme cassa di resistenza fa impressione, ma negli Usa si fa fatica con quei soldi. I picchetti sono tantissimi, uno per ogni ingresso delle fabbriche e coinvolgono migliaia di persone. Le lavoratrici, i lavoratori e i volontari ci sommergono di domande, vogliono sapere come si lavora in Stellantis da noi, come è il welfare, la scuola per i figli. Stringiamo mani, ci abbracciamo. Scandiamo slogan a ritmi tutti americani: “No justice, no Jeeps! When we fight, we win! Solidarity forever!” (Senza giustizia niente Jeep! Se lottiamo, vinciamo! Per sempre solidali!)

Al ritorno, dopo tre giorni di picchetti, comizi volanti e riunioni ci portiamo a casa un’esperienza straordinaria, l’incontro con chi lotta che insegna molto più di cento congressi. In quei luoghi “sacri” che sono i picchetti c’è qualcosa che trascende la migliore umanità. I nostri sindacati avranno questo legame speciale per sempre.

* Ufficio internazionale Fiom
** responsabile Fiom Mirafiori
***Rsa Fiom di Cassino