Emorragia di obbedienza tra le fila del neo New Labour targato Keir Starmer. Mercoledì sera, con i Comuni pacificamente assediati da un migliaio di manifestanti pro-Palestina, 56 deputati laburisti hanno rotto le righe votando una mozione per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio immediato degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas.

L’AVEVA PROPOSTA lo Scottish National Party, i capigruppo Labour avevano istruito i loro di astenersi. Ed è stata facilmente respinta, con 125 voti contro 293. Ciò non toglie che per il papabile futuro premier si tratti di un’insubordinazione assai consistente: dieci figure di primo piano del governo-ombra e 46 altri deputati in tutto, costata loro le dimissioni spontanee o un allontanamento disciplinare dai ranghi di quello che ormai tutti danno come prossimo partito alla guida del paese.
Per trarsi d’impaccio, Starmer – che da settimane naviga il malcontento montante su una linea che lo vede incollato a Rishi Sunak – aveva controproposto una mozione palliativa che si limitava a chiedere «pause umanitarie» che permettano ai civili di rifocillarsi tra un bombardamento e l’altro. Poco più di un contentino in una situazione che vede morire un centinaio di bambini al giorno e che i disobbedienti non sono riusciti a digerire, dopo le dimissioni nei giorni scorsi di un altro ministro-ombra, Imran Hussein, e altri venti esponenti di primo piano del partito che si erano espressi a favore di un cessate il fuoco, tra cui il sindaco di Londra Sadiq Khan.

TRA LE FIGURE di primo piano a dissentire dalla leadership, la deputata centrista Jeff Philips, che ha lasciato «a malincuore» ma si è sentita obbligata a votare «con i miei elettori, la testa e il cuore», mentre Naz Shah, esponente della soft-left, ha dichiarato che «nonostante tutti i rischi per le nostre posizioni personali, dobbiamo fare ciò che è giusto», dimettendosi di fatto dalla sua posizione di ministra-ombra dell’Interno. Afzal Khan e Yasmin Qureshi si sono invece dimessi prima del voto, piuttosto che aspettare che Starmer li licenziasse.
«Mi dispiace che alcuni colleghi non si siano sentiti in grado di sostenere la nostra posizione stasera», ha detto Starmer, «ma volevo essere chiaro sulla mia linea, attuale e futura. Leadership significa fare la cosa giusta. È il minimo che l’opinione pubblica si meriti. Ed è il minimo richiesto dalla leadership». Un affronto prevedibile, quello subito dal leader, che va a unirsi alle decine di “consiglieri comunali” laburisti in tutto il paese ad aver già dato le dimissioni. Mitigate soltanto dallo sbando in cui si trovano i Tories, queste disobbedienze tornano quasi utili al progetto starmeriano: le defezioni dal governo-ombra sono soprattutto di esponenti dell’ala propriamente socialista del partito, un legato scomodo e imbarazzante dell’era Corbyn.

GLI OCCHI restano dunque fissi sul traguardo, la leadership del paese: qualcosa di raggiungibile solo se non si mette in discussione l’identità di vedute e policy con l’alleato americano, senza le quali nessun leader laburista potrà mai ottenere le chiavi di Downing Street. E pace se il 76% dell’opinione pubblica britannica è favorevole a un cessate il fuoco, una cifra che sale all’89% tra gli elettori laburisti. Poco importano le manifestazioni continue – ieri a Londra studenti si sono raccolti davanti all’ufficio di Rushanara Ali, una deputata laburista di Bethnal Green, tra i dissidenti al voto di mercoledì – o l’arcivescovo di Canterbury e 250 eminenti avvocati britannici, che da giorni chiedono la cessazione delle ostilità. Si tiene duro: nella speranza che questo incubo finisca e nella certezza che tanto gelido rigore garantisce l’affidabilità di Starmer e lo differenzia più che mai dal filopalestinese suo predecessore.