Continua lo scontro tra l’Ungheria di Orbán e Bruxelles sul rispetto dello Stato di diritto. Un problema inesistente, secondo il premier danubiano; una questione a suo avviso sollevata in modo strumentale dalla tecnocrazia liberale che egemonizza l’Ue e si impegna a privare progressivamente gli stati membri della loro sovranità. Magari con un accanimento particolare nei confronti dei paesi di Visegrád e dintorni che nel 2004 sono entrati a far parte dell’Ue con la sensazione, a livello di opinione pubblica, di essere stati accolti nella famiglia europea come stati di seconda categoria.

Come già precisato più volte in questa rubrica, si tratta di una storia che risale al ritorno al potere di Viktor Orbán, fatto accaduto nel 2010; precisamente dalla messa in pratica, da parte del suo governo, di una politica tutta tesa a realizzare un controllo sempre più saldo e capillare su tutte le manifestazioni della vita pubblica del paese. Così, il mondo dell’informazione, quello accademico, la scuola, la magistratura, l’economia hanno da subito costituito il bersaglio dell’esecutivo che, forte di una maggioranza parlamentare schiacciante, ha fatto del suo meglio per delegittimare l’opposizione agli occhi degli elettori.

Alle accuse europee e interne di aver creato un sistema antidemocratico, Orbán risponde di fare la volontà dei suoi connazionali, per lo meno di coloro i quali a suo avviso sono degni di essere considerati dei “veri ungheresi” e di tutelare gli interessi nazionali.

Fatto sta che, a causa di politiche giudicate dalle istituzioni comunitarie gravemente lesive dello Stato di diritto, Budapest è finita, insieme a Varsavia, nel mirino dell’Articolo 7 del Trattato sull’Ue.

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In questi giorni, proprio per il perseverare del governo del Fidesz in questa condotta, l’Aula del Parlamento europeo ha chiesto di escludere l’Ungheria dall’erogazione dei fondi Ue. Stiamo parlando di 7,5 miliardi di euro che già correvano il rischio di essere bloccati per questioni riguardanti la corruzione e la non proprio trasparente gestione degli appalti pubblici. Aspetti che stanno al centro delle accuse dell’opposizione e dei suoi sostenitori nei confronti del governo. Ora, quindi, il Parlamento europeo sollecita un provvedimento fermo, una presa di posizione concreta nei confronti dello Stato danubiano.

La risoluzione, però, non è stata approvata dalle forze politiche di maggioranza in Italia. Il testo è passato con 416 voti a favore. 124 i “no” e 33 le astensioni. Fratelli d’Italia e Lega si sono prevedibilmente espressi contro il medesimo, vedendo in Orbán un alleato nella lotta per tutelare il diritto di sovranità degli stati membri. Tali parti politiche non hanno quindi fatto mancare il loro appoggio al governo ungherese di cui evidentemente condividono il percorso e i vari provvedimenti, alcuni dei quali fortemente discriminatori nei confronti di realtà come quella delle comunità Lgbtq+, altri tesi a negare il diritto di migrazione.

L’”Ungheria agli ungheresi”, di conseguenza l’”Italia agli italiani” e l’”Europa agli europei”, ecco i refrain dei tifosi del sovranismo a oltranza sponsorizzato dai vari Orbán, Fratelli e Sorelle d’Italia, Leghe e realtà politiche affini esistenti in Europa. Ma chi decide, e sulla base di quale criterio, chi è italiano, ungherese, polacco, europeo? Negli ambienti in questione si fa abuso del termine “identità” che viene manipolato dai leader sovranisti fino a farne smarrire il significato. Questo è vero anche alla luce delle dinamiche attuali che vedono il riproporsi di movimenti di popoli dovuti a molteplici ragioni che chiamano in causa il nostro mondo occidentale e le sue responsabilità ai fini dei forti squilibri globali esistenti.

Sembra così che in Europa siamo di fronte a uno scontro di posizioni: una tutta tesa alla chiusura e a proteggersi da pretesi pericoli esterni, l’altra che invece descrive sé stessa come votata all’apertura e alla solidarietà internazionale. È però anche vero che l’Ue paga il prezzo delle sue contraddizioni interne e che la sua dichiarata propensione sociale stenta ad assumere la forma di politiche concrete. Questo, comunque, non solleva Orbán e chi come lui da una serie di responsabilità legate al mancato rispetto dello Stato di diritto e a meccanismi propagandistici che intossicano l’opinione pubblica e insegnano a temere e respingere chi è diverso.

“Autocrazia elettorale”, così viene definito il sistema del leader danubiano da una risoluzione approvata a settembre dal Parlamento europeo. Ci troviamo davanti a uno scontro di sempre più difficile gestione. Nel paese della Puszta i fondi comunitari sono essenziali, a maggior ragione in questo momento di particolari difficoltà economiche che si inseriscono in un contesto già labile. È, infine, da tempo, che l’”altra Ungheria”, quella di chi non si colloca entro l’orizzonte politico e culturale disegnato da Orbán, fatica ad emergere e a segnalarsi in patria come valida alternativa al sistema del Fidesz. Questa, purtroppo, è la realtà, e non è cosa da poco.