Di Gareth Stedman Jones, ottantenne storico britannico, legato inizialmente al marxismo dal quale ha poi preso progressivamente le distanze, è appena arrivato in libreria un volume importante, una poderosa biografia di Marx che ne ripercorre con ricchezza di particolari la vita e l’opera (Karl Marx. Grandezza e illusione, Hoepli, pp. 622, euro 34,90). Rispetto alle biografie già esistenti, tra le quali rimane insuperata quella di David McLellan, questa di Stedman Jones si caratterizza per un taglio abbastanza originale.

LO STORICO BRITANNICO, infatti, si accosta al pensatore di Treviri in modo decisamente non agiografico, ma anzi molto disincantato e critico. Insiste per esempio sugli aspetti poco gradevoli della personalità di Marx, sulla faziosità e l’asprezza con la quale attaccava i suoi nemici teorici e politici; e si sofferma parecchio, spesso anche con ragionamenti un po’ capziosi, su limiti e problemi che, a suo dire, nell’opera di Marx resterebbero aperti. Questo approccio del resto appare evidente nel titolo stesso dell’opera che intende illuminare, di Marx, la grandezza e le illusioni. E si riflette anche nel fatto che, proprio per renderlo più umano e meno mitico, Stedman Jones si riferisce sempre all’autore del Manifesto chiamandolo Karl, cioè con il solo nome di battesimo.

MA VEDIAMO in particolare quali suggestioni interpretative emergono da questa grande biografia, alla quale certamente si deve riconoscere di essere scritta in modo piuttosto vivace e di essere completa e informata. Per cominciare, Stedman Jones insiste molto (e qui ha in parte ragione) nel separare decisamente la figura e il pensiero di Marx dalle interpretazioni canoniche e dagli usi che ne sono stati fatti sia dal socialismo di fine Ottocento che dal comunismo novecentesco. Il Marx autentico, insomma, non è né quello di Engels e della socialdemocrazia tedesca, troppo evoluzionistico e troppo insistentemente paragonato a Darwin, né, tantomeno, quello del leninismo, che declina il pensiero marxiano centrandolo sull’idea del rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e del ruolo guida del partito.

ALLORA QUAL È IL MARX VERO? Più che svelarci l’autentico Marx, Stedman Jones ci racconta qual è il Marx che lui preferisce e apprezza. Non è quello del Manifesto comunista, né quello degli scritti sulla Comune, cioè appunto il teorico del rovesciamento rivoluzionario dell’ordine esistente. È un Marx meno evidente e un po’ più sotterraneo, un Marx in un certo senso «socialdemocratico», che si trova soprattutto negli scritti e nell’azione politica della seconda parte degli anni Sessanta dell’Ottocento.

Caratteristiche della sua politica in questa fase sono innanzitutto lo stretto rapporto che egli, come capo dell’Associazione internazionale dei lavoratori, mantiene con le Trade Unions inglesi, che certo non sono sindacati rivoluzionari.

Inoltre, secondo Stedman Jones, Marx, ragionando in particolare sull’Inghilterra, si convince che, almeno nei Paesi più avanzati, il passaggio al socialismo si potrà attuare con un processo graduale e anche attraverso la via elettorale. «Il quadro del mutamento rivoluzionario non era quello della rivoluzione come evento teatrale – la caduta della Bastiglia, l’assalto al Palazzo d’Inverno», sostiene Stedman Jones. Si trattava piuttosto di accompagnare i mutamenti che già si stavano determinando nella società, come per esempio lo sviluppo delle cooperative.

Stedman Jones si schiera tutto dalla parte di questo Marx «gradualista», che certamente in qualche testo si può anche rintracciare, mentre respinge come illusorio l’altro Marx, quello della rivoluzione e della dittatura del proletariato, quello del leninismo e del comunismo novecentesco.

UNA CRITICA piuttosto severa, e non sempre argomentata in modo persuasivo, Stedman Jones la rivolge poi ad altri due nodi fondamentali, e cioè il modo in cui Marx teorizza la politica negli anni Quaranta e la matura critica dell’economia degli anni Sessanta. Sul primo punto, la tesi dello storico è che Marx, con la sua teorizzazione della lotta di classe tra borghesia e proletariato, abbia sottovalutato l’importanza decisiva delle lotte per l’inclusione politica e il diritto di voto. Non tanto lo sfruttamento quanto l’esclusione e la mancanza di riconoscimento furono, secondo lo storico, «i principali catalizzatori dei sentimenti rivoluzionari del popolo nel 1848».

Per quanto riguarda, infine, la grande prestazione intellettuale di Marx, il Capitale, la critica dell’economia politica, la valutazione dello storico, argomentata in modo non troppo convincente né chiaro, è che Marx non sia riuscito a venire veramente a capo dei problemi con i quali si misurava (donde anche la mancata pubblicazione dei libri secondo e terzo del Capitale); ma che il suo grande merito sia invece nell’aver aperto il campo per lo studio storico e sociale dell’economia di cui egli fu il vero fondatore.