La manovra che approderà domani al consiglio dei ministri sarà solo un assaggio, come ripetono governo e maggioranza. Se va tutto bene ci saranno 32 miliardi, ma qualcosa ancora manca.

Altrimenti ci si limiterà a 30 miliardi. Bollette e rincari vari si portano via 21 miliardi, la conferma del taglio di 2 punti del cuneo fiscale ne costa altri 3,5 ma c’è chi ancora spera di aggiungere un punto di taglio dando così un segnale alle parti sociali che avrebbero voluto concentrare tutto su quel fronte, tanto che il presidente di Confindustria Carlo Bonomi reclamava un taglio di 5 punti. Se si aggiungono le inevitabili spese fisse, come il rifinanziamento delle missioni internazionali, restano gli spicci o poco più.

IL PROBLEMA NON È però questo: la contingenza è quella che è e la scelta di occuparsi prima di tutto di fare scudo ai rincari sarà pure un «decreto Aiuti 5», come accusa il Pd, però è certamente giusta lo stesso.

Il problema è il sapore che già si avverte a questo primo assaggio e che non è affatto piacevole. A partire proprio dallo scudo contro i rincari dal quale sarà esclusa la voce «benzina», sin qui tra quelle principali. Lo sconto di 30 cent si esaurirà presto, a differenza di quello sul gasolio. Del resto, non fanno così anche in Francia?

LA STROMBAZZATA cancellazione dell’Iva su pane e latte non farà risparmiare ai consumatori neppure il costo del caffè mattutino: 22 euro l’anno secondo le imbufalite associazioni dei consumatori e anche se la stima fosse troppo pessimistica sempre su quell’ordine di grandezza ci si aggira.

La tassa sulle consegne a domicilio, studiata per colpire solo Amazon e la grande distribuzione via Internet, la pagheranno i consumatori non il gigante della rete. L’aumento della tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, peraltro non ancora certo, non sembra possa andare oltre il 33%. Sempre meglio del 25% oltre il quale non si era spinto il governo Draghi, sempre che si riesca a farla pagare davvero, ma resta largamente insufficiente. A fronte di profitti da capogiro realizzati a spese della stragrande maggioranza martellata dai rincari il 50% sarebbe stato ancora sin troppo generoso.

QUOTA 103, cioè pensione a 62 anni con 41 anni di contributi, evita il ripristino della legge Fornero ma finisce per riguardare una platea limitata a poche decine di migliaia di persone. E anche così reggerla sarà un problema perché l’adeguamento delle pensioni all’inflazione ha costi esorbitanti, una cinquantina di miliardi in tre anni.

Gli assegni per famiglie prolifiche o con figli gemelli sotto i 3 anni, 100 euro in più, sono goccia nel mare.

Il capitolo reddito di cittadinanza è il più dolente perché, al netto delle sparate moralisteggianti sui furbetti e sciocchezze varie, sembra evidente che proprio a quella platea guarda il governo per fare cassa.

La misura invocata dalla premier Meloni, uno screening a tappeto per togliere l’assegno a chi non vive in Italia, riguarderà sì e no il 2% della platea. Il grosso verrà dunque da quelle centinaia di migliaia di «occupabili» ai quali probabilmente verrà tolto il reddito sorvolando sulla differenza tra «occupabili», «occupati» e «decorosamente occupati». Particolari.

Silvio Berlusconi
Metteremo in campo il meglio di noi per riuscire ad ottenere alcune cose, anche se magari non sono nelle corde dei nostri alleati

PIÙ CHE ALLA LEGA (la coperta è corta, riconosce Matteo Salvini), questa manovra va stretta a Forza Italia.

«Metteremo in campo alcune cose anche se magari non sono nelle corde degli alleati», promette o minaccia Silvio Berlusconi. Allude alla proposta di detassazione per le aziende di tutte le nuove assunzioni di giovani tra i 18 e i 34, che però farebbe impennare i costi, e a quella di eliminare le autorizzazioni preventive per chi vuole aprire nuovi esercizi come bar, ristoranti e B&B.

Il partito azzurro è anche l’unico che propone di rinviare il «giusto intervento» contro il reddito di cittadinanza e se nella maggioranza il partito più attento al sociale sembra essere Fi c’è da preoccuparsi parecchio.