In una serie di dipinti degli anni Ottanta, Il’ja Kabakov, capostipite del concettualismo moscovita recentemente scomparso, incollava al centro della tela un utensile di cucina (una tazza o una grattugia, ad esempio), per poi riportare ai margini del quadro il botta e risposta di due invisibili personaggi che si interrogavano (talora invano) sull’identità del proprietario di quell’oggetto tanto banale. Allo stesso modo viene da chiedersi a chi appartengano le voci che, di volta in volta, affiorano nell’ininterrotto e interminabile dialogo polifonico in cui si condensa il primo romanzo di Vladimir Sorokin, La coda, scritto nel 1982-83, uscito due anni più tardi a Parigi sulla rivista émigré «Sintaksis» e tempestivamente tradotto per Guanda da Pietro Zveteremich nel 1988. Rinunciando ad attribuire una irrefutabile identità ai suoi parlanti (diversamente da quanto avverrebbe in genere nel testo di una pièce teatrale o in una sceneggiatura), Sorokin eleva l’atto che li accomuna – il trascorrere ore e ore, pagine e pagine, in coda, in un quartiere indefinito di Mosca, nella speranza di impadronirsi di una merce altrettanto imprecisata – a dimensioni universali e metafisiche, che trascendono l’attesa in fila come situazione pressoché abituale della quotidianità sovietica. Al contempo, costringe il lettore a tendere spasmodicamente l’orecchio, per tentare di «riconoscere» nell’incessante flusso verbale, in base al tono o a idiosincrasie linguistiche quasi impercettibili, il ritorno ciclico di alcuni personaggi – soltanto quattro (Vadim, Lena, Ljuda e il piccolo Volodja) sono infatti indicati per nome nelle repliche di chi si rivolge loro.

Immergendosi in questa trama sonora, resa dall’autore allora ventisettenne con la ammirevole disinvoltura di un ventriloquo, si ha dunque sulle prime la sensazione straniante di star cercando punti di riferimento al buio. Man mano che ci si inoltra nel testo, l’esigenza istintiva di identificare le varie voci viene tuttavia meno, mentre diventa sempre più evidente che è la coda, ovvero il dialogo stesso, il vero protagonista del romanzo. Al tempo stesso, non solo l’individualità di chi parla sembra riassorbita da quell’infinito serpente umano di cui non si distingue né testa, né coda, ma anche quella dell’autore stesso, che si nega qualsiasi forma di intervento nel copione di repliche, esclamazioni, chiacchiericci e gustosi battibecchi da lui stesso innescato.

In ossequio alla corrispondenza fra forma e contenuto prediletta dall’arte concettuale, anche la struttura assunta visivamente dal dialogo ricalca l’immagine di una coda che, snodandosi apparentemente all’infinito, evoca una delle più geniali creazioni dell’avanguardia russo-francese di inizio secolo, ovvero quella Prose du Transsibérien et de la petite Jehanne de France di Blaise Cendrars che Sonia Delaunay, esattamente settant’anni prima della Coda, trascrisse e illustrò nel 1913 su un rotolo di carta lungo più di due metri, nell’intento di creare un continuum verbovisuale che avrebbe costituito il primo «poema simultaneo» della Storia, da decifrarsi in un batter d’occhio, proprio come un direttore d’orchestra legge di primo acchito una partitura. Non si sa se Sorokin, habitué negli anni Settanta e Ottanta degli ambienti artistici non ufficiali a Mosca, qualora avesse potuto disporre di mezzi creativamente più innovativi di quelli messi a disposizione da «Sintaksis», non avrebbe esplicitato questa potenzialità insita nel suo testo. Di certo, leggendo La coda, a dispetto della frammentazione introdotta nella sequenza del dialogo dalla scansione in pagine, non si può che aderire istintivamente ai movimenti scomposti e sussultori di quel coacervo di persone convenute in un solo luogo per ricevere un «qualcosa» che, pur nella sua indeterminazione, cambia incessantemente, man mano che le scorte si esauriscono e nuove merci arrivano e vengono distribuite.

Ed è proprio questa propensione degli «accodati» ad accontentarsi alla cieca di ciò che viene elargito loro a trasformare il testo di Sorokin in una potente metafora dell’esistenza umana. Nessuno sa che cosa riuscirà alla fin fine a strappare, e spassose sono le illazioni che la vox popoli diffonde sulle effettive caratteristiche di quell’oggetto del desiderio per il cui possesso tutti sono disposti a attendere più o meno ordinatamente in fila, favoleggiando della sua provenienza straniera, che con il passare delle ore da cecoslovacca diventa svedese e poi addirittura americana…

Nel frattempo, la coda, «questo essere collettivo camaleontico e mutante» (così la definisce Zveteremich nella sua prefazione), vive di vita propria: respira, si agita, si assopisce, beve – particolarmente esilarante è il momento in cui tutti, sforzandosi di mantenere il proprio posto in fila, si spostano in un vicolo attiguo dov’è comparsa un’autobotte che serve kvas, la rinfrescante bevanda russa ottenuta dalla fermentazione di segale. C’è chi dopo ore e ore getta la spugna e se ne va; chi si indigna alla comparsa di misteriosi delegati che, con il beneplacito dei milicionery, ovvero dei tutori dell’ordine pubblico, passano davanti a tutti; chi infine come Vadim trasforma l’attesa in occasione di seduzione. E, ovviamente, la coda dialoga, senza tregua.

La lingua riprodotta magistralmente da Sorokin, è quella variante moscovita del russo caratterizzata dall’esorbitante mutazione della «o» in «a», dalla semplificazione del sistema consonantico e dall’apocope dei nomi, già deprecata a suo tempo da Puškin e divenuta definitivamente egemone in epoca sovietica. Un linguaggio della strada, massificato, infarcito di volgarismi e intercalari sottratti a qualsiasi controllo conscio, cui l’autore, in virtù di una sapiente disposizione ritmica, conferisce dignità letteraria, elevando con il proprio romanzo un vero e proprio «inno alla discorsività umana» che conserva tuttora la sua attualità. Dialogare, o almeno provarci, è l’unico modo per non soccombere a un indistinto ronzio di fondo.

 

Il dialogo
Da Vladimir Sorokin, La coda, , Guanda, 1988

Compagno, chi è l’ultimo qui?
Forse io, ma dietro di me c’è ancora una donna col paltò blu.
Allora io sarei dopo di lei?
Sì. Tornerà subito. Mettetevi dietro di me, intanto.
E voi rimanete qui?
Sì.
Perché volevo allontanarmi per un momento, letteralmente per un momento…
Sarebbe meglio aspettarla, però. Perché, se arrivano altri, che cosa le dico? Aspettate. Ha detto che si sbrigava…
D’accordo, aspetterò. E voi siete in coda da molto?
Non tanto…
E non sapete quanti capi danno a testa?
E chi lo sa… Non l’ho neppure domandato. Sentite voi, quanti ne danno?
Oggi non lo so. Ho sentito dire che ieri ne davano due.
Due?
Eh già. Prima quattro, ma poi due.
Che miseria! Allora far la coda non ha senso…
E voi fatela in due. Quelli che arrivano da fuori la fanno pure in tre.
In tre?
Già.
Ma così c’è da stare in coda tutta la giornata!
No, che dite, qui si spicciano presto. (…)
Chissà perché quella serve così adagio…
Voi la vedete?
Un pochetto.
Quella rossa non sa servire. Ieri si muoveva come una pera cotta.
Perché, è sola forse?
Sono in due.
Io non le vedo.
Venite un po’ qua, di qua si vede.
Ah sì. Due. Quell’altra pare un po’ più svelta.
La brunetta serve più svelta.
Ma no, tutt’e due lavorano normale, solo che c’è molta gente.
Di gente ce n’è sempre tanta. (…)
Cittadino, fate più piano perdio… sembrate un elefante…
E che? È colpa mia? È là che spingono…
Ero dietro di voi, io?
Mi sembra di sì.
E dov’è quella donna?
Se n’è andata. Ha deciso di lasciar perdere.
Ah-ah… capito. Sapete, a quanto pare non è roba cecoslovacca.
E quale?
Svedese.
Possibile?!
Che cosa? Davvero?
Bastasse per tutti!
Hai sentito, Petja? Svedese…
Allora io resto.

Traduzione
di Pietro A. Zveteremich