A due giorni dalla manifestazione di piazza del Popolo a Roma, ai piani alti del Pd la macchina organizzativa lavora a pieno regime. L’appuntamento deve riuscire, dare l’idea che «l’alternativa al governo Meloni c’è», o almeno che se ne intravedono i contorni. Dal 5 ottobre, giorno in cui Schlein ha lanciato ufficialmente la manifestazione, sono cambiate molte cose.

E così la piattaforma via via si è allargata: alla necessità di dire no alla manovra ora si è unita la richiesta di un «cessate il fuoco umanitario immediato» in Palestina. E non solo. Ieri Schlein, aprendo una iniziativa Pd sull’immigrazione, ha ricordato che «saremo in piazza per la difesa della sanità pubblica in Italia dalle privatizzazioni di questo governo, per la battaglia per i salari e per il salario minimo, per il diritto alla casa troppo a lungo dimenticato dalla sinistra».

E ancora: per la «giustizia climatica che si tiene insieme alla giustizia sociale», per i diritti civili e anche per lo Ius Soli. «Chi nasce o cresce in Italia è italiano. E nessuno può togliere loro questo diritto», le parole della segretaria.

Tanta carne al fuoco, dunque. Il primo obiettivo che Schlein è riuscita a centrare riguarda le presenze dei potenziali alleati. Ci sarà il M5S con una delegazione guidata Giuseppe Conte, ma anche Sinistra italiana e Verdi. «Può esserci condivisione sulle emergenze sociali del Paese a cui la destra non da risposte. Sarà un momento di mobilitazione e, quando ci sono le condizioni per determinare convergenze, è sempre utile farlo», spiega Nicola Fratoianni.

Dunque il campo giallorosso ci sarà al completo, e non era scontato. Calenda, il potenziale alleato centrista, si chiama fuori ma con garbo. «Rispetto chi va in piazza ma non ci sarò, non credo che funzioni andare in piazza di continuo. Non ho pregiudizi, sui contenuti sono disponibile a lavorare con chiunque, anche con i Cinquestelle».

Il comune no alla riforma costituzionale targata Meloni sta funzionando come un cemento tra le opposizioni, escluso il solito Renzi che ieri si è ufficialmente separato da Calenda al Senato (i 4 di Azione passano al Misto, i 7 renziani hanno cambiato nome al gruppo; alla Camera, dove i calendiani sono 12 e quelli di Iv 9, la procedura di divorzio è ancora in corso).

Per Schlein l’appuntamento di sabato è fondamentale. Non solo per ribadire che il Pd è il principale partito dell’opposizione, il «perno» attorno a cui costruire l’alternativa. Ma anche per dimostrare, a 9 mesi dalla sua elezione a segretaria, che il partito è vivo e capace di mobilitare il suo popolo. E di andare oltre, convincendo i tanti delusi che negli anni si sono allontanati.

Lei stessa ha ricordato che il Pd non organizza una manifestazione da 5 anni. « Vorrei ricostruire un rapporto di fiducia con le persone che ci votano e quelle che hanno smesso di votarci. L’invito per la piazza è anche, forse soprattutto per loro. Per tornare, insieme a loro, a credere», ha detto in un’intervista a Fanpage. «Abbiamo da ricostruire una credibilità di questo partito e riportarlo accanto all’Italia che fa più fatica», ha ribadito ieri. «La mia vittoria segna una discontinuità su sanità, scuola e lavoro».

In questi mesi Schlein ha partecipato a tantissime manifestazioni. Da ultimo, quella della Cgil il 7 ottobre scorso a piazza San Giovanni, dove ha ricevuto un’accoglienza molto positiva. Questa è la sua prima volta da leader del partito. La guerra in Palestina è uno dei temi chiave. «C’è stato un colpevole abbandono della questione palestinese, e oggi occorre alzare la voce perché si fermi il massacro di civili», ha detto la leader.

I toni contro il governo israeliano si sono fatti un po’ più duri: «C’è violazione del diritto internazionale quando le bombe cadono su scuole o ospedali. I palestinesi la violazione la vivono da quando le risoluzioni Onu non sono state attuate. Hamas non può essere un interlocutore per il processo di pace, m il governo Netanyahu ha finora impedito qualsiasi accordo. E un ministro ha minacciato l’uso dell’atomica: lo hanno sospeso, ma andava cacciato».