La storia del movimento «Biennalocene» a Venezia che abbiamo raccontato su Il Manifesto di oggi, non parla solo dei «grandi eventi» che combinano l’alto tasso di spettacolarità con lo sfruttamento e l’invisibilizzazione dei lavoratori necessari per garantirne il successo. Questa storia parla anche di un modello più generale di capitalismo dove la produttività è inversamente proporzionale al livello bassissimo dei salari e delle tutele sociali. Il caso dei lavoratori culturali è clamoroso, ma la loro condizione è generale. È un intero modello di «sviluppo», sempre che questa parola abbia ancora un senso, a fondarsi sull’equazione: ritmi folli di lavoro pagati sempre peggio.

Una simile condizione politica e sociale emerge con rara chiarezza, per chi li vuole davvero leggere, dai dati pubblicati ieri dall’Istat sui contratti collettivi e sulle retribuzioni contrattuali nel terzo trimestre 2023. Dai dati possiamo comprendere la situazione in cui si trova la metà dei lavoratori dipendenti (54%) in Italia. Non è affatto buona. I lavoratori autonomi e quelli che operano con un contratto precario stanno senz’altro peggio. Il primo dato, noto ma ugualmente clamoroso, è il numero di chi attende il rinnovo del contratto nazionale: circa 6,7 milioni di persone. Sono 31 i contratti che aspettano un adeguamento sostanziale al costo della vita che è schizzato alle stelle dopo oltre un anno di iper-inflazione. Gli ultimi ad essere stati rinnovati durante il trimestre analizzato dall’Istat sono stati quelli della società-consorzi autostradali e un altro delle pelli e del cuoio. Non è consolante sapere che, nel corso dell’ultimo anno, il tempo medio di attesa del rinnovo per chi ha un contratto scaduto è diminuito da una media di 33,9 a 29,1 mesi, ovvero: due anni e mezzo.

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Allo stesso tempo l’Istat ha registrato un flebile aumento delle retribuzioni orarie pari a una media del 2,6% nell’ultimo anno. Quello delle retribuzioni contrattuali orarie è cresciuto del 3% rispetto al 2022. Ma il caro-vita nel frattempo è cresciuto del 5,3%. Ci sarebbe da rallegrarsene? In sé, e visti i tempi, certo. Ma l’economia, e la vita delle persone, non sono contenibili in un’astratta percentuale. Vanno contestualizzate nei processi che oggi vedono l’inflazione correre ad una velocità superiore di due o tre volte. Ciò significa che l’aumento registrato non è solo stato «bruciato» dal caro-prezzi. Sono i lavoratori a pagare direttamente i costi dell’inflazione. E, dunque, a pagare di più beni essenziali, aumentando i profitti di chi li produce, di chi non li paga (le imprese e anche lo Stato) senza che ci sia un sistema che permetta di redistribuirli. E sono ancora troppo pochi coloro che parlano di indicizzare i salari, e i sussidi, all’inflazione. La situazione è così grave da avere spinto il governo a cercare 5 miliardi per i rinnovi nel pubblico impiego.

Nella prospettiva di una critica dell’economia politica, e nel contesto della discussione farsesca sulle bozze cangianti della legge di bilancio, questa realtà interroga la principale strategia adottata – prima dal governo Draghi e oggi da Meloni & Co. – per mitigare l’inflazione con i bonus destinati a finire e con l’effimero taglio del cuneo fiscale di un altro anno. Palliativi, tutt’al più che evitano di affrontare il vero problema dell’inflazione, il conflitto di classe che ha azionato. Questo fenomeno – bassi salari e alta inflazione – è stato definito «inflazione da profitti».

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Immaginate, ora, cosa questo assetto del mondo sociale possa significare per chi lavora senza un contratto «fisso», o all’interno di quella strategia adottata nel pubblico e soprattutto nel privato che non inquadra la prestazione nel contratto di riferimento ma in uno pagato molto meno. È la storia del nostro presente: se i dipendenti stanno male, i precari stanno peggio.