«Qui le cose vanno sempre peggio. E a rimetterci è la povera gente». Hamidullah ha poco più di vent’anni e gestisce un chiosco a Medina Bazar, all’incrocio che conduce a Qala-e-Fatullah, quartiere residenziale di Kabul. «La vita va avanti, ma siamo preoccupati», sostiene mentre serve un cliente.

LA SERIE DI ATTENTATI che ha colpito Kabul preoccupa tanti. Due giorni fa nel parco di Shar-e-Now, quartiere centrale della capitale, un attentatore è stato fermato e ucciso prima che raggiungesse l’obiettivo, la campagna di raccolta sangue organizzata per i feriti di un attentato precedente.

Per gli afghani, «non c’è posto sicuro. Non sai mai dove avverrà il prossimo attacco». Lo dice Mohammed A., un commerciante scampato all’attentato del 24 luglio 2017 contro un bus per i dipendenti del ministero per il Petrolio: 38 civili morti e dozzine di feriti. «No Safe Place». Insurgent Attacks on Civilians in Afghanistan è anche il titolo del rapporto reso pubblico ieri da Human Rights Watch, che registra un significativo aumento degli attentanti nei centri urbani dall’inizio del 2016. Possono capitare ovunque, colpire chiunque: studenti che vanno a scuola, commercianti sul posto di lavoro, fedeli nelle moschee, bambini che giocano. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Unama, la missione dell’Onu a Kabul, nel 2017 ci sono state 10.453 vittime civili: 3,438 morti e 7.015 feriti. Il 27% andrebbe ricondotta ad attentati intenzionalmente condotti dagli insorti contro i civili.

DIETRO AI NUMERI, spiegano i ricercatori di Human Rights Watch, ci sono sofferenze prolungate: i traumi psicologici per chi è sopravvissuto a un’esperienza simile, per i parenti che hanno cercato un proprio caro – o ciò che ne rimaneva – tra ospedali e camere mortuarie; i costi economici per la perdita dell’unico componente della famiglia con uno stipendio; le conseguenze sociali per le vedove; gli effetti sui bambini orfani, che abbandonano la scuola per mettersi a lavorare. Tra gli scampati alla morte, tra i feriti, c’è chi non riesce a sostenere i costi dei medicinali, chi avrebbe bisogno di complicate operazioni chirurgiche fuori dagli standard locali, ci sono i tanti disabili senza sostegno.

SONO I COSTI DELLA GUERRA. A cui non rispondono in modo appropriato né la comunità internazionale né il governo – che pure sulla carta prevede 50,000 afghanis (600 euro circa) per i feriti, 100.000 (120 euro) per i famigliari dei deceduti.

Per Human Rights Watch, gli insorti puntano sempre di più ai civili nei centri urbani. Vale per i Talebani e per la «Provincia del Khorasan», la branca locale dello Stato islamico. Anni fa i Talebani hanno adottato un codice di comportamento: sulla carta, i civili devono essere protetti, così come le loro proprietà. In realtà, solo nel gennaio 2018 gli «studenti coranici» hanno rivendicato due attacchi che hanno causato 125 morti almeno. Per Unama, nel 2017 i Talebani sono stati responsabili del 42% degli attacchi con civili coinvolti, mentre la Provincia del Khorasan nel 10% dei casi. Ma le vittime degli attentati rivendicati dai primi scende del 22% rispetto al 2016, mentre quella dei secondi sale del 18%. Da gennaio 2016, i seguaci locali di al-Baghdadi hanno causato circa 2.000 vittime in Afghanistan, tra morti e feriti.

TRA I MORTI E FERITI vanno annoverati anche quelli uccisi dal governo afghano. Due giorni fa Unama ha reso pubblici i risultati dell’inchiesta condotta sulla strage del 2 aprile nel distretto di Dasht-e-Archi, provincia di Kunduz. Secondo l’Onu, sarebbero stati gli elicotteri afghani, non i Talebani come sostenuto dai rappresentanti istituzionali, a causare 107 vittime, 36 morti e 71 feriti. Tra i morti, 30 erano bambini, 81 tra i feriti. Stime al ribasso, ammette l’Onu. Vittime del governo che dovrebbe proteggerli. E di una strategia – più raid aerei – suggerita dai consiglieri Usa, che da parte loro hanno intensificato bombe, droni, operazioni speciali.
«Siamo stretti tra due fuochi», hanno ripetuto ai ricercatori gli abitanti di Dasht-e-Archi. È la povera gente di cui parla Hamidullah, il commerciante di Qala-e-Fatullah. Povera anche in senso letterale.

DUE GIORNI FA è stato pubblicato The Afghanistan Living Conditions Survey, studio congiunto dell’Unione europea e dell’Afghanistan’s Central Statistics Organisation: negli ultimi cinque anni, i poveri (coloro che vivono con meno di 70 afghanis al giorno, meno di 1 euro) sono passati dal 38% al 55%. «Eppure i soldi ci sono, eccome. Solo che finiscono nelle solite mani», dice Hamidullah mentre davanti al suo chiosco di Medina Bazar passano lunghe jeep blindate con i vetri oscurati.