Antonello Pasini è una delle voci della scienza climatica più ascoltate in Italia. Fisico del Cnr, docente di fisica del clima all’Università Roma Tre, si occupa di riscaldamento globale da ben prima che il tema fosse al centro delle cronache.

Professore, stiamo vivendo un Natale particolarmente caldo, specie nel settentrione d’Italia. Dobbiamo iniziare a farci l’abitudine?

Esiste una variabilità naturale, è normale che di tanto in tanto un mese sia più fresco o più caldo. Ciò che preoccupa noi climatologi sono le tendenze che emergono: gli inverni stanno diventando più miti e più corti. Due anni fa un team di scienziati cinesi ha provato a prevedere la durata dell’inverno al 2100 nello scenario business as usual, quello in cui non facciamo nulla per frenare il riscaldamento globale. E il risultato è che il periodo freddo si riduce a circa un mese. Parliamo di una proiezione pessimista, ma anche se contenessimo l’aumento della temperatura attorno ai +3°C rispetto ai livelli pre-industriali – ad ora lo scenario più probabile – l’espansione dell’estate e il restringimento dell’inverno paiono evidenti. Già quest’anno, d’altronde, poteva andarci molto peggio. La sostituzione dell’anticiclone delle azzorre con l’anticiclone africano aumenta la possibilità di eventi meteorologici estremi.

Si è scritto molto in questi giorni della scarsità di neve anche in quota. È un problema solo per il settore sciistico?

Purtroppo no. Sulle montagne del nord Italia si abbattono venti più caldi, e così se prima nevicava a 1.300 metri sul livello del mare, ora il manto bianco si sposta a 1.700 metri. Questo significa sicuramente un enorme danno per chi scia – e infatti è folle continuare ad investire su impianti di risalita e simili sotto i 1.800 o 2.000 metri. Ma dobbiamo soprattutto tenere a mente che la pianura padana dipende dalla neve molto più che dalla pioggia. Accumularne di meno in inverno significa disporre di meno acqua d’estate. È un problema per l’agricoltura – penso ad esempio al mais, che richiede grandi riserve idriche. È un problema per l’energia, che usa l’acqua per raffreddare le centrali a gas e muovere quelle idroelettriche. E le difficoltà non stanno certo solo nel settentrione. In diverse città del centro-sud il razionamento della risorsa idrica anche per usi domestici sta diventando la norma nei mesi estivi.

Cosa dobbiamo fare allora?

Le parole chiave sono sempre adattamento e mitigazione. Il clima ha un’inerzia: in ogni caso nei prossimi decenni vedremo un deterioramento delle condizioni medie. Per questo serve fare il possibile per conservare al meglio l’acqua. Significa rattoppare gli acquedotti, che non possono essere colabrodi; significa ridurre gli sprechi; significa gestire in modo più efficiente acque reflue e bacini. Adattarsi, appunto. Ma dobbiamo avere chiaro che tutto ciò è indispensabile ma non sufficiente. Se arriviamo agli scenari peggiori, diventa difficile porre rimedio senza soffrire gravi conseguenze. Per questo serve la mitigazione, ridurre le emissioni climalteranti – quelle derivanti in primis dai combustibili fossili – fino ad azzerarle.

Di mitigazione si è parlato molto a Cop28, il negoziato sul clima delle Nazioni Unite chiuso due settimane fa a Dubai. Che impressione le hanno dato gli esiti?

Durante il summit, assieme a migliaia di colleghi da tutto il mondo, abbiamo scritto due diversi appelli rivolti ai negoziatori. Nel primo abbiamo ribadito due punti chiave: la necessità di limitare l’aumento della temperatura media globale sotto i +1.5°C, come deciso negli Accordi di Parigi, e l’urgenza del phase-out, l’abbandono di petrolio, gas e carbone. Nel secondo abbiamo evidenziato come anche un aumento di +2°C rispetto ai livelli pre-industriali avrebbe conseguenze drammatiche per le aree costiere di tutto il mondo. Conseguenze che si dipanerebbero nei secoli. Come sappiamo, sul phase-out l’accordo non si è raggiunto, e non siamo affatto certi di rimanere sotto i +1.5°C. Si è trovato un compromesso, com’è inevitabile nei consessi Onu. Dobbiamo puntare su chi sta investendo nella transizione ecologica, nell’economia del futuro. Serve azione dal basso. Innanzitutto da parte di quei governi più attenti di altri. E poi da parte delle singole persone – per esempio, molti hanno la possibilità di mettersi assieme per produrre energia rinnovabile ed economica in comunità. È anche una questione di consenso. Possiamo sperare che i governi agiscano se esiste una forte pressione dal basso, se chi sta al potere sa che con le politiche climatiche si prendono voti.