Dagli avvocati penalisti ai Garanti territoriali dei detenuti, dalle associazioni civiche ai parlamentari dem: tutti molto preoccupati per le norme contenute nell’ultimo pacchetto sicurezza approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri.

PER L’UNIONE DELLE CAMERE penali italiane, che ha proclamato lo stato di agitazione e chiesto un incontro al ministro della Giustizia Carlo Nordio, la “slot machine” dei reati e delle pene in cui si è trasformato il governo non tiene neppure conto delle correzioni già richieste dall’associazione stessa in sede di riesame della riforma Cartabia sul processo penale. «Si prosegue nella introduzione di nuove fattispecie di reato, nell’inasprimento delle pene per i reati già esistenti, nella previsione di vincoli nel giudizio sul bilanciamento delle aggravanti, nell’estensione del catalogo dei reati ostativi previsti dall’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario e della limitazione dei benefici penitenziari», scrivono i penalisti. E anche nel «Decreto Legislativo – proseguono – che dovrebbe attuare le misure correttive alla riforma Cartabia del processo penale non si recepisce alcuna delle numerose proposte di modificazione già da tempo formulate in modo puntuale dall’avvocatura penale», neppure quelle su cui Nordio si era impegnato. Con il risultato di danneggiare le «categorie di soggetti più deboli sottoposti a procedimento penale che, spesso privi di stabile domicilio e assistite da un difensore d’ufficio, sono poste nella condizione di non potere accedere ai successivi gradi di giudizio».

Ad esprimere «perplessità e preoccupazioni» sono stati, poi, ieri anche 28 Garanti regionali, provinciali e comunali delle persone private della libertà personale che hanno sottoscritto un documento molto critico, diffuso dal portavoce della Conferenza territoriale Samuele Ciambriello. In particolare i Garanti sottolineano la pericolosità della «generale autorizzazione al personale di polizia di portare con sé armi al di fuori dal servizio», «l’introduzione di una nuova fattispecie (art. 415-bis c.p.) di “rivolta in carcere”» prevista anche nei centri di trattenimento e accoglienza per migranti, «l’abrogazione dei commi 1 e 2 dell’art. 146 del codice penale che, rendendo solo eventuale il differimento di pena, va a colpire le donne incinte e le madri di prole di età inferiore a un anno». In linea generale, scrivono, preoccupa «l’innalzamento dei limiti edittali per fattispecie di reato già previste e l’introduzione di nuove ipotesi incriminatrici potrebbe portare in breve tempo ad un aumento sensibile della popolazione detenuta, in costante crescita dalla fine della pandemia (erano 59.715 le persone detenute al 31/10/2023, 3.519 in più rispetto all’inizio dell’anno, 5.581 in più rispetto alla stessa data dell’anno precedente)».

SULL’OBBROBRIO delle madri detenute i parlamentari del Pd hanno aderito all’appello del “Comitato anticamorra per la legalità” «che chiede la liberazione dei bambini costretti a crescere nelle carceri italiane insieme alle loro mamme». «Si tratta – scrivono i gruppi dem annunciando la loro opposizione in Aula – di un atto di civiltà che ogni Paese libero e democratico dovrebbe recepire. Sosteniamo la campagna del Comitato per chiedere la realizzazione di nuove case famiglia dove mamme e bambini possano convivere garantendo alla giustizia le prime, ma consentendo ai piccoli un contesto favorevole allo sviluppo. Non possiamo accettare – concludono – che ogni risposta ai problemi del Paese sia unicamente una risposta securitaria».

Eppure, è proprio questo il punto di vista del governo. Alla fine di una visita al carcere di Viterbo “Mammagialla” (finito in alcune inchieste della magistratura per le violenze denunciate negli ultimi anni da molti detenuti), il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove conferma: «La priorità è ripristinare ordine, legalità e sicurezza all’interno degli istituti carcerari». Come? «Con una dotazione che sia degna di una forza dell’ordine, con scudi anti sommossa, caschi antisommossa, kit anti sommossa. Con regole chiare e certe di ingaggio, con i protocolli operativi che dicono alla polizia penitenziaria fino dove potersi spingere per ripristinare ordine, legalità e sicurezza all’interno degli istituti. Una volta che gli istituti saranno in sicurezza – afferma Delmastro che della visita ha fatto un appuntamento elettorale – il trattamento sarà più facile da erogare, perché il trattamento è un segmento della sicurezza ma deve essere fatto, appunto in sicurezza».