Se mercoledì la situazione dipinta dai militari sembrava un quadro di Magritte, con quel «questo non è un golpe» ripetuto in tv mentre il presidente veniva messo sotto custodia e i carri armati prendevano posizione agli incroci delle strade, ieri l’incertezza che regnava in Zimbabwe riguardava non tanto il futuro del paese, “condannato” in ogni caso a una certa continuità, quanto quello immediato del più anziano capo di stato del mondo.

LE DIMISSIONI di Robert Mugabe che molti attendevano non sono arrivate. Lui è apparso persino sorridente in alcune foto scattate a margine dei colloqui proseguiti per tutto il giorno nel palazzo presidenziale, mentre stringe la mano al generale Constantine Chiwenga, l’artefice del golpe-non golpe in persona. Erano presenti, oltre ai vertici dell’esercito, i due ministri sudafricani inviati da Zuma anche a nome della Southern African Development Community, l’organismo regionale a trazione sudafricana di cui lo Zimbabwe è parte e che ieri si è riunito in tutta fretta a Gaborone, in Botswana, per valutare la situazione e non trovare alcuna soluzione. L’ultima notizia trapelata dal tavolo delle trattative è che si andava profilando un’intesa per l’uscita di scena del 93enne ex eroe della guerra di liberazione dalla scena politica e dallo stesso territorio del paese. Opzione esilio, insomma.

Mugabe potrebbe sì raggiungere la first lady in Namibia, se non fosse che il governo di Windhoek ieri ha smentito seccamente la notizia circolata il giorno prima sulla presenza nel paese di Grace Mugabe.

TANTOMENO SI TROVA IN CINA Emmanuel Mnangagwa, il suo nemico n°1 nella guerra di successione che si è scatenata ai vertici dello Zanu-Pf, il partito al potere, che ha poi convinto i militari ad agire. Il governo cinese, primo investitore in Zimbabwe, non sembra granché imbarazzato dal viaggio che ha portato a Pechino il generale Chiwenga appena una settimana prima. Ma rassicura sui «solidi rapporti economici win-win» che legano e legheranno comunque vada il gigante asiatico al piccolo stato africano. E nega di ospitare Mnangagwa, probabile prossimo uomo forte del paese.

DETTO «IL COCCODRILLO» fin dalla guerra d’indipendenza, negli anni ’60, Emmanuel Mnangagwa è stato poi un combattente inflessibile contro il regime razzista della Rhodesia. All’ombra di Mugabe, dopo il 1980, le sue fortune politiche ed economiche sono cresciute di pari passo. Ma più recentemente il ruolo di delfino designato ha subito un brusco ridimensionamento per l’ascesa di Grace Mugabe e dei suoi G 40, la generazione dei «quarantenni» che ha guadagnato spazio e potere nel partito.
Sono loro i «criminali» di cui parlavano i militari nel loro primo comunicato. Dopo gli arresti del ministro delle Finanze Ignatius Chombo e del consigliere presidenziale Jonathan Moyo, ieri il deputato e membro del governo Paul Chimedza sarebbe stato bloccato mentre cercava di fuggire in Sudafrica.

AMPIO SPAZIO i media zimbabweani lo dedicavano ieri alla mortificazione del leader dei giovani dello Zanu-Pf, Kudzanai Chipanga, che il giorno prima si era detto «pronto a morire» per Mugabe a aveva attaccato l’esercito. Rettifica a stretto giro: «Ho riflettuto e ho capito di aver sbagliato insieme al mio gruppo dirigente. Siamo ancora giovani e commettiamo errori, ma abbiamo imparato molto dagli eventi di questi giorni». Non basterà per farlo entrare nel governo transitorio di unità nazionale che va profilandosi all’orizzonte, con la benedizione di investitori e diplomazie internazionali, ma certo gli eviterà guai peggiori.