Ostinato combattente come da lunga biografia, Robert Mugabe va fino in fondo. Niente dimissioni. Non sono riusciti a ottenerle, nell’ordine, il suo esercito con modi tutto sommato gentili malgrado le apparenze di un golpe; la potente associazione dei Veterani della guerra di liberazione; l’enorme manifestazione di sabato scorso davanti alla State House; gli studenti universitari che si sono mobilitati ieri; le diplomazie occidentali e africane quasi all’unisono; il suo stesso partito, Zanu-Pf, che dopo 40 anni di fedeltà assoluta oggi apre la procedura di impeachment e in capo a un paio di giorni conta di sbarazzarsi del leader 93enne.

Mentre in una surreale apparizione televisiva Mugabe rimandava tutto all’imminente congresso, convinto di presiederlo, i compagni di partito e in qualche caso di battaglia davano gli ultimi tocchi a una mozione che gli rimprovera di tutto, dall’«età avanzata» all’«aver consentito a sua moglie Grace di usurpare il potere costituzionale».

È l’accusa, questa, che conferma saldamente al centro della scena e della disfatta la figura di Grace Mugabe. Ed è alle aspirazioni politiche della first lady e dei suoi G-40 che faceva ombra il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, silurato da Mugabe e – dopo l’intervento dei militari, non sgradito alla Cina – destinato a diventare il prossimo uomo forte del paese.