Ci sono voluti vent’anni per dare giustizia ai familiari di C.C., un uomo morto il 10 maggio 2001 mentre era in stato di arresto, nella camera di sicurezza della Questura di Milano, a causa di un’overdose di cocaina. Per due decenni i tribunali italiani non hanno riconosciuto alcuna violazione dei diritti del cittadino, arrestato per sospetto spaccio, morto in assenza di adeguato controllo e soccorso da parte di chi doveva custodirlo. I genitori, la compagna e la figlia dell’uomo hanno dovuto fare ricorso a Strasburgo e ieri – con sei voti favorevoli e uno contrario – la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per «violazione del diritto alla vita» (Articolo 2 della Convenzione), e ha imposto il risarcimento della famiglia di 30 mila euro per i danni morali, più il pagamento di 10 mila euro per le spese processuali italiane (somma ben minore però a quella richiesta dai congiunti che avevano presentato il conto anche dei danni patrimoniali).

COME RISULTÒ ALLORA dagli esami autoptici, l’uomo indicato come C.C. (il cognome è noto ma il manifesto rispetta il riserbo proposto dalla Cedu) aveva fatto uso massiccio di cocaina appena prima dell’arresto. Ed era tanto evidente la sua condizione che gli agenti che avevano perquisito il suo appartamento (dove nulla venne trovato, perché le dosi e i soldi in contanti C.C. li aveva indosso) descrissero i suoi sbalzi d’umore, gli «atti di autolesionismo, battendo la testa contro il muro», e il fatto che continuasse «a cadere come un “peso morto”». Aveva avuto conati di vomito e si era lamentato di sentirsi male. Ma C.C. non aveva ricevuto alcuna cura né visita medica, e invece venne arrestato e portato nella stazione di polizia. Lì, non si sa come, nel bagno avrebbe ingerito altra cocaina che gli sarebbe stata fatale. Soccorso dall’ufficiale di guardia che lo trovò riverso in bagno, C.C. venne portato in ospedale; al mattino i medici del Fatebenefratelli lo dichiararono ufficialmente morto.

In primo grado di giudizio, il giudice di Milano riconobbe che la polizia non aveva perquisito adeguatamente l’uomo (scartando l’ipotesi che qualcuno in questura gli avesse fornito altra cocaina), non lo aveva controllato adeguatamente e non lo aveva soccorso. In sostanza, lo aveva in qualche modo lasciato morire. Venne ritenuto responsabile civile della morte di C.C. il Ministero dell’Interno che nel 2003 venne condannato a pagare 100 mila euro di risarcimento danni alla madre e 125 mila euro a sua figlia.

Ma il Ministero dell’Interno fece ricorso, in data non precisata (al Viminale in quegli anni sedettero prima il berlusconiano Pisanu fino al maggio 2006, poi il prodiano Amato). La Corte d’Appello ribaltò la sentenza nel marzo del 2008 ritenendo che C.C. al suo arresto non aveva bisogno di cure mediche immediate, e che «la crisi mortale è avvenuta all’improvviso anche perché ha trovato terreno fertile in un organismo che era stato messo a dura prova da una precedente ingestione – o ingestioni – di sostanze stupefacenti». Sentenza confermata nel 2011 dalla Cassazione.

Per gli eurogiudici invece le autorità italiane e la Questura di Milano erano a conoscenza della condizione di tossicodipendente di C.C., ed era evidente il suo stato di alterazione. Avrebbero dovuto soccorrerlo e non lo hanno fatto. Perché lo Stato deve sempre «tutelare la salute e l’integrità fisica» della persona che è sotto la sua custodia. E non c’è neppure «alcuna prova che i tre agenti menzionati nel rapporto come in servizio all’epoca dei fatti, ma che il compilatore non è stato in grado di identificare, siano stati interrogati dal pubblico ministero». Errori, omissioni e mancanza di prove certe a discolpa delle autorità preposte, dunque. I giudici italiani non se n’erano accorti, Strasburgo sì.