«Chi ha lucrato consenso elettorale contro i migranti è prigioniero delle sue retoriche», dice il prefetto Mario Morcone. Si è occupato di accoglienza da più prospettive. Nato a Caserta nel 1952 è assessore a Sicurezza, legalità e immigrazione della regione Campania. È stato presidente del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), nominato nel 2018. Tra 2014 e 2017 ha guidato il dipartimento Libertà civili e immigrazione del Viminale, prima di diventare capo di gabinetto dell’ex ministro Minniti (Pd).

Sindaci e associazioni si lamentano di come il Viminale distribuisce i migranti, del poco preavviso e della mancata programmazione. Era inevitabile con l’aumento degli sbarchi?

No, però bisogna mobilitare tutti i sindaci. Alcuni si stanno tirando indietro, ma non possiamo più permetterci dei No motivati solo dagli interessi elettorali. Tutti i primi cittadini, proporzionalmente a dimensioni e capacità del comune, devono essere disponibili.

Con chi si rifiuta che si fa?

La via maestra è il dialogo ma vedo la necessità di una norma che costringa tutti i sindaci ad accogliere. Come avviene per i servizi statali. Si possono avere sensibilità e posizioni diverse su sbarchi e rapporti con il Nord Africa, ma sull’accoglienza le istituzioni devono garantire dignità. Siamo l’Italia, abbiamo precetti costituzionali e norme, ognuno deve fare la sua parte.

Una buona accoglienza sarebbe un indotto economico…

Non è che sarebbe, lo è. Se fatta in maniera legittima e trasparente è un’attività di impresa. Crea sviluppo, occupazione. Può aiutare ad affrontare la mancanza di lavoro in determinati settori.

Il rifiuto è solo ideologico?

In tanti hanno costruito piccole grandi fortune elettorali sul pregiudizio, sul contrasto al diverso. Oggi c’è una sorta di silenziatore sulla vicenda dell’immigrazione, mentre nel 2017, 2016 o 2015 si veniva bombardati con il tema dell’invasione. Qualcuno ci ha fatto i libri, altri i talk show, altri ancora ci hanno lucrato elettoralmente. Oggi sono prigionieri di quelle retoriche.

L’allarmismo è stato trasversale agli schieramenti politici.

Trasversale o meno ora i sindaci devono fare il loro mestiere.

In Campania che succede?

Siamo in sofferenza ma meno di altre regioni. Esiste una rete solidale molto forte, grande disponibilità a dare una mano. Anche la regione fa la sua parte. Il tema è insistere sui progetti comunali.

Il governo però ha investito nei Centri di accoglienza straordinari (Cas) invece del Sistema accoglienza e integrazione (Sai).

Scelta sbagliata. Nei Cas, soprattutto quelli grandi, sono accolte molte persone con pochi servizi. Così si creano frustrazione e marginalità, possono maturare difficoltà di inserimento e piccole forme di illegalità. I progetti Sai gestiti dal servizio centrale dell’Anci, invece, assicurano percorsi di integrazione e inclusione. E prevedono la responsabilità politica del sindaco. Non è una cosa da poco.

Per garantire servizi adeguati servono risorse. Quelle messe a disposizione non bastano. Infatti molti bandi vanno deserti.

Perché hanno ridotto il rimborso giornaliero pro capite, eliminando servizi essenziali, come l’insegnamento dell’italiano o l’assistenza psicologica.

Come giudica la circolare di Piantedosi che sfratta dai centri chi ha avuto la protezione?

Non credo vada enfatizzata. Le persone devono essere accolte con dignità, formazione, lavoro. Ma non si può garantire un vitalizio. Dopo un anno e mezzo in accoglienza devi trovare la tua strada, se rimani in Italia.

Tra la richiesta di protezione e l’esito passano anche tre anni.

È vero, ma è anche vero che con la ricevuta della domanda d’asilo si potrebbe lavorare. Una strada da non trascurare. Queste persone possono portare un contributo alla vita economica della collettività e ottenere rispetto.

Il governo punta sui rimpatri rapidi, attraverso le procedure d’asilo accelerate previste dal dl Cutro. Funzionerà?

Sono solo bandiere. Con Maroni si diceva che serviva un Centro di permanenza temporanea (Cpt) per regione. Cosa ripetuta da Minniti. Non si è mai fatto. I rimpatri riguardano un numero limitato di persone, hanno costi alti e procedure complesse. Nessun paese europeo ne ha mai fatti più di 4.000/4.500. E parliamo di Francia e Germania. Si potrebbe puntare sui rimpatri volontari assistiti, che consentono di tornare a casa con un incentivo economico e la possibilità di ricostruirsi un percorso. Ma gli altri, quelli odiosi in cui le persone sono imbarcate in aereo con le manette ai polsi, sono pura propaganda.