Inizialmente saranno solo 137, ma a regime i sanitari cubani che aiuteranno gli ospedali calabresi a garantire i servizi essenziali dovrebbero arrivare a 497 unità. Si tratterà di operatori selezionati dalla regione sulla base dei curriculum inviati da Cuba e che rimarranno in Calabria fino a due anni. Questa è la durata del contratto stipulato mercoledì tra la regione Calabria e la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos (Csmc), l’agenzia governativa cubana che si occupa di fornire aiuto sanitario all’estero. Per ogni sanitario, la regione verserà alla Csmc 4.700 euro mensili, di cui solo 1.200 andranno al professionista oltre all’alloggio.

L’IMPORTAZIONE di medici e tecnici da Cuba è motivata con lo stato di emergenza strutturale in cui versa la sanità calabrese «determinatasi – secondo il presidente regionale Roberto Occhiuto – a causa del blocco del turn over conseguente al piano di rientro dal debito sanitario». A cui non ha dato rimedio nemmeno la disponibilità ad assumere medici concessa dal decreto «Cura Italia» del 2020. «Negli ultimi mesi – ha spiegato Occhiuto – le abbiamo provate tutte. Abbiamo fatto bandi per posti a tempo indeterminato, manifestazioni di interesse, e sono andati deserti». Così è nata l’idea di rivolgersi a Cuba. «Da mesi ho una proficua interlocuzione con il governo cubano» spiega. «I medici sono un fiore all’occhiello del Paese caraibico, ed hanno già aiutato l’Italia, in Lombardia e in Piemonte, nei mesi più caldi della pandemia». Oggi però l’emergenza sembra alle spalle e l’aiuto chiesto dalla Calabria ricorda quello offerto in aree ben più povere dalla sanità cubana.

LA DIPLOMAZIA SANITARIA è una delle armi a disposizione di Cuba contro l’embargo internazionale. Sono circa trentamila i medici impegnati in progetti di cooperazione in oltre 60 Paesi. Rappresentano il 46% delle esportazioni cubane e, come nel caso calabrese, per i tre quarti finiscono nelle casse del governo. Con 8 medici ogni 1.000 abitanti (dati Oms) l’isola è il Paese al mondo con più dottori in rapporto alla popolazione. Il doppio dell’Italia, ma anche di Francia e Germania.

DA NOI LA SCARSITÀ di medici non riguarda solo la Calabria e si concentra in alcuni settori del servizio sanitario nazionale, in particolare il pronto soccorso e le terapie intensive. Guarda caso, quelli che non consentono di «arrotondare» con la libera professione. L’aumento di borse di studio per le scuole di specializzazione – dove si acquisisce il titolo post-laurea per lavorare in ospedale – deciso durante l’emergenza pandemica farà risalire la disponibilità di medici, ma solo fra 4 o 5 anni.

ALLA CARENZA DI PERSONALE si somma la sostanziale impossibilità di assumere medici stranieri, se non con accordi straordinari come quello tra la Calabria e Cuba. L’Italia è il terzultimo paese Ocse per percentuale di medici formati all’estero (0,9%). In Francia sono l’11%, in Germania il 13%, nel Regno Unito il 30%. Non pesano solo le basse retribuzioni, ma anche una certa autarchia normativa. «Le regioni applicano ancora un Dpcm del 1994 che riservava i concorsi per i medici, in quanto dirigenti, ai soli cittadini italiani» spiega Alberto Guariso, avvocato e membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. «Nel 2018 il Consiglio di Stato ne ha dichiarato la non-applicabilità ai medici, ma il governo non lo ha mai modificato. E così lo si continua ad applicare, magari allargando il requisito all’Ue». «Anche il decreto Cura Italia – prosegue Guariso – che autorizzava espressamente l’assunzione di medici non comunitari è stato applicato dalle Regioni solo per i contratti a tempo determinato. Così rimane tagliato fuori dai concorsi “veri” il 55% degli stranieri in Italia detentore di un permesso di lungo soggiorno. Che però trova lavoro nella sanità privata».

CONTRO LA SOLUZIONE trovata all’estero da Occhiuto insorgono l’Ordine e tutti i sindacati o quasi. L’Anaao, principale sigla tra gli ospedalieri, invita la Regione a ricorrere piuttosto agli specializzandi in formazione. «Forse il Presidente Occhiuto – si legge in una nota – non sa che la legge 145/2018 – il “Dl Calabria” – permette ai medici in formazione specialistica di partecipare, a partire dal 3° anno di corso, ai concorsi ospedalieri e di essere assunti a tempo determinato con automatica conversione del contratto a tempo indeterminato al conseguimento del titolo». E punta il dito contro la corporazione: «L’Università degli Studi di Catanzaro boicotta, con motivazioni pretestuose, il reclutamento degli specializzandi nelle strutture sanitarie calabresi, non concedendo il nulla osta».