La recente lettera di Valditara alle famiglie degli studenti sembra voler ridurre la scuola ad una società interinale; una promo dell’istruzione piegata alle – più volte ricordate nella Misura 4 del PNRR – “esigenze del mercato”. Nella sostanza, però, ha il merito (quando ci vuole, ci vuole!) di essere chiara: se non siete ricchi, lasciate perdere l’università per i vostri figli; non è roba per voi.

La missiva, tra l’altro, omette dei dati di realtà, o ne sottintende una lettura distorta e strumentale (oppure «orientativa» come si dice adesso): per esempio, che l’Italia è un fanalino di coda per numero di laureati; che i laureati, però, hanno possibilità consistentemente più elevate, rispetto ai diplomati, di trovare lavoro (e sicuramente prospettive più soddisfacenti); che gli studi universitari sono diventati costosissimi; che buona parte degli abbandoni universitari sono determinati, appunto, dai costi insostenibili e non (o non necessariamente) da limiti di formazione; che una quota consistente e crescente dei ragazzi che frequentano i licei è tornata ad essere di figli di chi li aveva frequentati (cioè di famiglie benestanti, o, ancora non povere); infine che la gran parte dei lavori – che “Sua Maestà il Mercato” offre – sono occupazioni precarie e sottopagate, ma d’altra parte, quale società interinale criticherebbe mai la precarietà? Tutti elementi che segnalano tanti dati concreti, ma, com’è facile constatare, niente hanno a che fare con l’ostentato merito, buono per la carta intestata, molto meno per l’analisi della vita reale. Su molte di queste onde, in verità, la destra si limita ad un comodo surf, perché le correnti che le hanno generate sono state quelle del cedimento e della subalternità di altri governi. Però parla chiaro: la scuola, per i vostri figli, serve ad andare a lavorare prima possibile; la formazione umana e civile è roba per chi se lo può permettere.

Ora proviamo a unire i puntini (così esercitiamo un po’ le celebri competenze tanto necessarie all’impresa). Primo: sempre più frequentemente (a cominciare dalla Conferenza delle Regioni e dall’ex Ministro Bianchi) si parla di orientamento al lavoro fin dalla secondaria di I grado, o addirittura dalle elementari; secondo: in Commissione Cultura e Istruzione, Valditara ha insistito molto sulla sua idea di una «filiera tecnico -professionale». La prima idea colloca chi la propone direttamente in un romanzo di Dickens; sulla seconda, invece, si potrebbe pensare: «Se ne può discutere!».

Ma lo può pensare solo chi, appunto, volutamente o meno, non colleghi i puntini; perché non si può non cogliere, nel quadro evidente della realtà, che si cerca di spostare sempre più in basso nell’età la scelta del futuro; cioè di schiacciare – con tanto di letterina omissiva e suadente – i figli e le figlie delle famiglie meno abbienti alla loro condizione economica di partenza. Altro che ascensore sociale; questo è, al massimo, un tapis roulant che riproduce e certifica la cancellazione dei diritti acquisiti in decenni di lotte e pensiero critico.

Invece di cercare di comprendere cosa stiano vivendo le giovanissime generazioni, il Ministro propone – condita da un illuminante pranzo con Vespa – l’umiliazione repressiva; invece di aprire una riflessione sulla didattica e i mutamenti cognitivi nell’era digitale e virtuale, partorisce il divieto dei cellulari in classe.

Non sono «complementi d’arredo», sono, semmai, aspetti complementari; un autoritarismo paternalistico per irregimentare e inquadrare chi deve pensare solo a quanto produrrà; bisogni e diritti sono rumori di fondo che devono essere compressi e ignorati. Tutto il contrario della scuola della Costituzione; tutto il contrario di quello che serve alla scuola per ottemperare al secondo comma dell’articolo 3, per «rimuovere gli ostacoli”»al «pieno sviluppo della persona umana».

Per questo presenteremo, a gennaio, una prima proposta di legge. Servono più insegnanti, più stabili e meglio retribuiti; servono meno alunni per classe, con più tempo a scuola e meno solitudine coi propri problemi; serve investire di più nel sapere e nel suo potere critico e liberatorio, e ancora di più nelle aree più deboli del Paese, dove si concentra l’abbandono scolastico e le povertà educative generali si sommano a quelle sociali e culturali; serve portare a 18 anni l’obbligo scolastico e garantire il diritto alla scuola fin dalla prima infanzia; serve garantire, cioè il diritto al sapere, che si fonda sull’esistenza in vita e non si deve meritare. Serve mettere in campo una controffensiva culturale e politica; perché la destra (e chiunque si pieghi alla sua visione selettiva e mercantile del sapere), dietro l’ideologia modernista fa avanzare un modello di società neo-feudale. Contrastarla non è solo un problema della scuola, è un compito della democrazia.

* Responsabile Scuola e Università di Sinistra Italiana