Consentiteci l’accesso a Gaza, fateci raccontare cosa accade, permettete ai giornalisti di raccontare. Ciò non riguarda solo la libertà di una categoria, bensì anche il diritto ad essere informata della comunità internazionale. Quanto si sta consumando in quella terra riguarda il futuro di tutte e di tutti.

Queste le parole chiave di un appello internazionale lanciato da centinaia di giornaliste e giornalisti e dalle più rappresentative associazioni che si occupano di libertà di informazione, e della tutela dei diritti civili e politici: tra queste Articolo 21.

A sottoscriverlo croniste e cronisti di ogni parte del mondo, delle più diverse opinioni politiche e religiose, impressionati da un oscuramento mediatico senza precedenti, che sta circondando il massacro in atto.

La libertà di informazione è uno dei bersagli, dunque, dell’occupazione del territorio di Gaza. Difficile trovare un caso omologo. Persino durante il conflitto del Vietnam non mancarono immagini, racconti degli inviati, cronache, documentazione, confronto tra le varie opinioni. Persino durante i conflitti e le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq o dell’Ucraina da parte della Russia -magari sotto forma di aggregati alle truppe- croniste e cronisti hanno raccontato fatti e misfatti, contribuendo talvolta a svelare bugie e dossier falsificati.

Nel conflitto in atto si è aggiunta una variante inedita: il numero dei giornalisti uccisi, colpiti prima dai terroristi di Hamas e, ora, in modo crescente dai militari israeliani.

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Senza soluzione di continuità sono già stati assassinati circa quaranta cronisti, ma i numeri sono in continuo e drammatico aggiornamento. Vittime israeliane e soprattutto palestinesi, che ancora tentano di illuminare il conflitto, e di dare voce alla popolazione e alle vittime innocenti. La scelta di oscurare la striscia di Gaza risponde alla volontà di portare a termine una rappresaglia senza testimoni di imbavagliare stampa e radiotelevisione per imbavagliare la comunità internazionale.

L’appello, firmato ormai da migliaia di giornaliste e giornalisti, va sostenuto e rilanciato, va segnalato alle organizzazioni internazionali e nazionali, va raccontato in ogni sede, consegnato alle mostre rappresentanze diplomatiche perché aprano bocca, portato al Parlamento europeo e alla assemblea dell’Onu, chiedendo a ciascuno di assumersi le sue responsabilità, mettendo fine alla sistematica violazione di qualsiasi trattato e convenzione a partire dal quelli relativi alla libera circolazione delle informazioni e delle opinioni: pure quelle più distanti dalle nostre convinzioni e dalle nostre scelte etiche, civili e politiche. «Illuminare Gaza» dovrebbe essere una richiesta condivisa da giornalisti israeliani e palestinesi, di ogni nazionalità, perché quelle luci dovrebbero aiutarci a capire, a vedere, ad andare oltre la propaganda e alle veline dei regimi.

Vale per la striscia di Gaza, vale per il conflitto tra Russia e Ucraina, vale per ogni guerra in atto. Magari sarebbe il caso di rispettare, anche a casa nostra, anche nei salotti televisivi, chi esprime un pensiero critico, chi non accetta di indossare divise ed elmetti, chi rivendica il diritto di contrastare con durezza il terrorismo, ogni forma di antisemitismo, chi non accetta di sostenere ogni scelta di un governo -quello israeliano- di estrema destra, contestato da tanta parte della popolazione.

Quando si arriva ad insultare, come è accaduto, Francesca Albanese (la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati), persona seria, competente, documentata; oppure si lancia una campagna di insulti contro Papa Francesco perché, invece di benedire le stragi, alza la sua preghiera proprio contro le stragi e il terrore.

Il pensiero critico è davvero a rischio, e bavagli o oscuramenti non riguardano solo le zone dei conflitti. Per questo ci sembra giusto ascoltare e condividere l’appello che arriva da Gaza, perché quello che denunciano giornaliste e giornalisti, e non solo loro, ci riguarda tutte e tutti. Quello che sta accadendo riguarda anche la libertà di informare e il diritto ad essere informati. Mai come in queste ore un pensiero va a julian Assange che rischia l’ergastolo per aver rivelato le bugie e le falsificazioni operate onde favorire le invasioni e le guerre in Afghanistan e in Iraq.

La città di Napoli, grazie alla coraggiosa campagna condotta da FREE Assange di Napoli, gli ha concesso ieri la cittadinanza onoraria, diventando una delle capitali europee di questa grande campagna civile. È un modo per sostenere la libertà di informazione e il pensiero critico. Speriamo che altre grandi città seguano l’esempio, per impedire che “Il sonno della ragione generi altri mostri”.

* coordinatore dei presidi dell’associazione Articolo21.