Barıs Pehlivan, giornalista turco, il 15 agosto entrerà in carcere per la quinta volta nella sua carriera giornalistica durata venti anni.

Nel 2020, in Turchia, più di centomila persone erano state temporaneamente scarcerate per motivi di sicurezza legati alla pandemia da Covid-19. La manovra era stata fortemente criticata, soprattutto dalle associazioni che lottano per i diritti delle donne, poiché tra gli uomini liberati vi erano diversi individui accusati o condannati per violenza contro le donne.

Erano state rilasciate anche numerose persone accusate di narcotraffico. Molti detenuti hanno commesso nuovi reati oppure hanno lasciato il territorio turco.

La scarcerazione ha coinvolto un numero limitato di detenuti politici. Tra loro Barıs Pehlivan, condannato a tre anni e nove mesi di reclusione, ma scarcerato dopo sei mesi di detenzione a causa della pandemia.

IL 15 LUGLIO SCORSO, ad Ankara, è stata introdotta una nuova modifica legislativa che ha concesso a oltre centomila detenuti la possibilità di evitare il ritorno in carcere e di vivere in «libertà condizionata». Barıs Pehlivan non è tra coloro a cui è stata concessa questa opportunità. Ha già ricevuto la convocazione e dovrà tornare in carcere nei prossimi giorni.

«L’articolo 10 comma 2 della legge riguarda proprio il mio caso – racconta al manifesto – Ho consultato i miei avvocati, alcuni giudici con cui sono in contatto, professori universitari e anche alcuni funzionari del ministero della Giustizia. Tutti concordano sul fatto che non dovrei tornare in carcere. Tuttavia, nel frattempo ho ricevuto la notifica e dovrò presentarmi entro il 15 agosto per scontare il resto della pena».

Nel 2020 Pehlivan, insieme al collega giornalista Barıs Terkoglu, ha scritto il libro Cendere, che affronta vari casi di corruzione e illegalità che hanno coinvolto diverse comunità religiose e organizzazioni criminali.

Poco dopo, Barıs e altri colleghi hanno sollevato questioni riguardanti l’uccisione di un agente dei servizi segreti turchi in Libia e il fatto che i media non ne fossero stati informati.

PEHLIVAN non è stato l’unico giornalista a riportare la notizia, ma è stato uno dei pochi denunciati per aver «rivelato segreti di Stato». È stato condannato a quasi quattro anni di reclusione. Proprio per questo motivo, era detenuto durante la pandemia.

«Da quando sono stato scarcerato, come faccio da venti anni, ho continuato a lavorare. Insieme al collega Barıs Terkoglu abbiamo pubblicato un nuovo libro intitolato SS, sull’ex ministro degli Interni, Süleyman Soylu. Ritengo che, se oggi non posso beneficiare di questa “libertà condizionata”, sia il prezzo che devo pagare per quel libro».

Nel libro, i due Barıs affrontano le accuse di legami dell’ex ministro con il mondo delle organizzazioni criminali, di coinvolgimento in finanziamenti illeciti e di controllo di un esercito di account troll operanti per conto del governo centrale. Dopo le ultime elezioni, Soylu non è stato riconfermato ministro, ma è stato eletto parlamentare, beneficiando così dell’immunità.

In base al rapporto pubblicato a marzo di quest’anno dall’Associazione dei Giornalisti Dicle Firat, in Turchia attualmente sono detenuti in carcere 88 reporter.

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Al fine di prevenire l’incarcerazione di un altro giornalista, è stato avviato un appello internazionale in solidarietà con Baris e contro il suo arresto. Tra i firmatari figurano Reporter senza frontiere, PEN International e Articolo 21.

BARıS PEHLIVAN ha quaranta anni ed entro il 15 agosto dovrà tornare dietro le sbarre per la quinta volta nella sua carriera di giornalista.

«È molto triste che noi giornalisti diventiamo oggetto delle notizie. Non è qualcosa che avrei desiderato. Ho sempre lottato contro le raccomandazioni e anche oggi non le chiedo per me stesso, ma chiedo di poter usufruire in modo appropriato di questa modifica legislativa. Sono profondamente arrabbiato per ciò che mi sta accadendo, ma al contempo so che in Turchia ci sono molti intellettuali che sono in carcere da tempo. Io sono solo un granello di sabbia in questo vasto oceano».