Ventuno mesi fa il mondo è uscito dalla convinzione che per l’Europa fosse finita l’epoca delle guerre. I carri armati russi che oltrepassavano la frontiera con l’Ucraina e i primi missili volati nel cielo di Kiev possono essere considerati l’inizio di una nuova epoca per il Vecchio continente.

Vladimir Putin ha apertamente dichiarato che l’ordine scelto alla fine della Guerra fredda non era più valido e che i confini di uno stato non sono, contrariamente a quanto siamo abituati a pensare in Occidente, inviolabili. Ma anche il presidente russo si sarà dovuto rassegnare: non è semplice cambiarli a proprio vantaggio, soprattutto se la Nato si schiera con il tuo nemico. Oggi, dopo battaglie sanguinose e decine di migliaia di morti, secondo il comandante in capo delle forze armate ucraine, Valerii Zaluzhny, siamo allo «stallo».

«IL CONFLITTO si è trasformato in quello che in gergo militare si chiama “guerra di posizione”», ha dichiarato Zaluzhny in un’intervista alla rivista britannica The Economist qualche settimana fa. Il generale voleva che si sapesse la sua opinione e ha scelto il modo più eclatante per diffonderla. Zelensky si è infuriato, «nessuno crede nella vittoria dell’Ucraina come me, nessuno!» ha detto al Time che ha usato la frase per una copertina che raffigura il leader di spalle, il volto di traverso, come se qualcuno lo chiamasse o controllasse che non ci siano pericoli incombenti.

Siamo ben lontani dallo sguardo sognante con gli occhi blu come la bandiera ucraina che faceva da corona al titolo di «persona dell’anno», assegnato sempre dal Time a Zelensky. Il mondo ha cambiato opinione sulla guerra in corso in Europa dell’Est? Ufficialmente non si direbbe.

Lloyd Austin, il segretario alla Difesa statunitense, è volato a Kiev per ribadire che gli Usa ci sono, con il pensiero e con le opere (opposizione alle richieste russe e nuovi aiuti militari). La Germania ha promesso cento milioni di nuove forniture, nonostante il Washington Post il giorno prima avesse pubblicato un’inchiesta che incolpava alcuni militari ucraini dell’attentato al gasdotto Nord Stream.

Tuttavia, il protrarsi della guerra in Ucraina sta provocando non poche divisioni nelle opinioni pubbliche occidentali, non solo in Paesi come l’Ungheria. Nonostante capi di stato e ministri non perdano occasione per ribadire di essere coesi nell’alveo della Nato, il dissenso monta lentamente.

E dalle varie teorie complottiste che a inizio guerra occupavano i social network di certe aree politiche ascrivibili al cosiddetto «rosso-brunismo», la «stanchezza della guerra» si inizia a percepire anche in chi riesce a empatizzare con il popolo ucraino invaso, ma sconta, ad esempio, l’aumento dei prezzi delle bollette causato dallo stop al gas russo.

ZELENSKY LO SA, è evidente, il suo nervosismo degli ultimi tempi ne è la prova. Alcuni suoi consiglieri, meno lungimiranti del leader, si mostrano stupiti di fronte al fatto che l’Ucraina non è più il centro delle dichiarazioni dei politici statunitensi o europei e si scagliano con una veemenza (spesso fuori luogo) contro chiunque paventi la necessità di una soluzione diplomatica. Per questo le parole di Zaluzhny forse sono state recepite come una coltellata alla schiena dal presidente ucraino.

Ma il generale non è uno qualsiasi, non lo si può rimuovere con decreto presidenziale senza aspettarsi conseguenze. È amato e rispettato dai militari ucraini che lo percepiscono come uno di loro, un capo che ha a cuore la loro vita e la vittoria dell’Ucraina ma che a quest’ultima non sacrifica tutto.

La battaglia di Bakhmut è un esempio lampante di questa distinzione: interi reparti falcidiati dall’artiglieria russa quando era scontato che la ritirata fosse inevitabile. Zaluzhny disse basta e chiese la ritirata. Zelensky disse no e obbligò lo Stato maggiore a resistere, secondo le malelingue almeno fino al G7 che si sarebbe tenuto di lì a poco, in modo da sbandierare quella resistenza in cambio di nuovi aiuti militari. Zaluzhny è rispettato dai funzionari di Washington, che in più di un’occasione l’hanno dipinto come alleato «serio e affidabile» e preferiscono trattare con lui piuttosto che con i servizi segreti militari di Budanov, la scheggia impazzita che organizza missioni da film oltre le linee nemiche e (forse) attentati sul suolo russo.

IN TALE CONTESTO si inserisce la situazione sul campo. Il fronte est è bloccato su Avdiivka, dove i russi cercano di sfondare da settimane, in quella che si delinea come la nuova macelleria di questa guerra dopo Mariupol, Bakhmut e Kherson. Che ci riescano o meno possiamo finalmente – senza il rischio di essere considerati disfattisti o, peggio, filorussi – dichiarare che la controffensiva estiva è fallita.

«La guerra non è un film», come dice Zelensky, e ha ragione. Ma noi non siamo spettatori distratti che aspettavano il finale con le esplosioni e la vittoria epica.
Sappiamo, perché l’abbiamo visto e raccontato, che la guerra sul campo è soprattutto morte e distruzione. Quindi scrivere che sui fronti aperti non è cambiato nulla vuol dire presagire altri mesi di morte e distruzione. Fino a quando, viene spontaneo chiedersi.

«FINO ALLA VITTORIA», rispondono i vertici ucraini e i politici occidentali. «Fino alla smilitarizzazione di Kiev», obiettano i funzionari russi, nonostante le parole di Putin al G20 di questa settimana. Sullo sfondo il destino delle quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson) annesse dalla Russia.

Zelensky dichiara sicuro che senza il loro reintegro parlare di pace è impossibile, Putin dal canto suo non può permettersi di restituirle dopo averle elette a simbolo della difesa della «russofonia oppressa». Per ora i soldati dei due schieramenti continuano a confrontarsi in fazzoletti di terra avanzando e indietreggiando di pochi metri al giorno. Nel mezzo, senza riscaldamenti, senza cibo e acqua e senza voce, i civili. Come sempre.