Alle ultime elezioni presidenziali il Partito comunista di Turchia (Tkp – Türkiye Komünist Partisi), fondato nel 1920, insieme all’Unione delle forze socialiste ha sostenuto l’avversario di Erdogan, Ahmet Kılıçdaroglu: la priorità delle forze socialiste era battere il sultano, piuttosto che presentare un proprio candidato. Il segretario generale del Tkp, Kemal Okuyan, traccia un bilancio.

Erdogan ha vinto anche nelle province devastate dal terremoto, nonostante le grandi carenze nei soccorsi e la speculazione immobiliare permessa dal suo partito che ha moltiplicato le vittime.

Si tratta di una regione relativamente conservatrice che vota per la destra da molto tempo. Eppure il terremoto ha avuto un impatto sulle dinamiche ideologiche e politiche della popolazione. Tante persone sono rimaste scioccate dall’inazione dello Stato. Si sono interrogate per la prima volta nella loro vita. Il Tkp è riuscito ad aprire nuove sedi. Ma il pregiudizio nazionalista o islamista è una forte barriera per il funzionamento di un partito comunista. Siamo solo all’inizio.

Allora perché nemmeno la difficilissima situazione ha portato alla sconfitta di Erdogan? Quanto hanno giocato le carte dell’islamismo, del nazionalismo, dei sussidi?

La popolazione conservatrice non si sentiva sicura con un’opposizione che non si dimostrava davvero unita. Mentre l’Akp di Erdogan distribuiva piccole somme di denaro ai poveri, la coalizione intorno al Chp (Partito repubblicano del popolo) non sapeva come raggiungere quei milioni di senza speranza. Questi mezzi hanno funzionato perché l’alleanza dell’opposizione aveva quasi gli stessi riferimenti ideologici e ha convinto che questa è la normalità del paese. E allo stesso tempo, ha cercato di combinare questa linea con una posizione filo-occidentale. E poi l’Akp è riuscito a sostituire i diritti sociali con un modello più islamico: la carità. Non hai alcun diritto, se non quello alle sovvenzioni. Ma l’unica cosa che l’opposizione ha fatto contro questo sistema è stata prendere in giro i regali e i sussidi.

Il governo turco è tra i grandi responsabili della rovina della Siria: dal 2013 la Turchia ha fatto da autostrada per jihadisti e dal 2018 occupa porzioni di territorio.

Il Tkp è contrario a qualsiasi presenza militare della Turchia all’estero e contro la presenza militare straniera all’interno della Turchia, soprattutto della Nato e degli Stati uniti. Sulla Siria, il Tkp è stato coerente dall’inizio. Al momento della cosiddetta primavera araba, gli Stati uniti e alcune forze reazionarie sfruttarono le richieste popolari, lo dicemmo a tutti. Per noi, il cambiamento doveva basarsi sulla lotta del popolo. Non bisognava farsi illusioni sulle bande jihadiste.

Molti cittadini turchi sono ormai insofferenti rispetto alla presenza di milioni di siriani. Non si rendono conto che questi rifugiati sono frutto della politica filo-jihadista di Erdogan in Siria?

Il problema è multi-dimensionale. Noi del Tkp affrontiamo la questione con un approccio di classe e lottando contro ogni forma di razzismo. In tutto il mondo si utilizzano i lavoratori immigrati non solo per avere manodopera a basso costo, ma anche per creare contrasti all’interno delle masse lavoratrici. Tuttavia, teniamo anche conto dei gruppi armati fondamentalisti costituiti da uomini provenienti soprattutto da Siria, Libia e Afghanistan. Un vero problema per la sicurezza delle masse lavoratrici.

E il tentativo in extremis di Kılıçdaroglu di ottenere qualche voto promettendo che i siriani sarebbero stati rimpatriati in due anni, grazie alla pace con la Siria?

Kılıçdaroglu non aveva una politica solida nei confronti di questo problema. Non è riuscito a convincere gli elettori.

In politica estera, Erdogan gioca su mille tavoli. Occupa la Siria e sostiene le milizie più fondamentaliste in Libia, ma ha ottime relazioni con i paesi non occidentali contrari alla Nato e alle sue guerre. Vende armi all’Ucraina, ma è considerato schierato con la Russia da chi non sta con Kiev. Infine, la Turchia è nella Nato e vi rimarrà. Eppure si dà arie di indipendenza.

Il capitalismo turco non va sottovalutato. È molto flessibile e dinamico e trae vantaggio dalla debolezza della classe operaia. Ma non solo. Con l’indebolimento dell’egemonia imperialista statunitense, la Turchia ha iniziato a cercare uno spazio più ampio e ha agito con più impegno alla ricerca di nuovi mercati. Da molti anni la borghesia turca investe nel Caucaso, nei Balcani, in Medio Oriente e in alcune zone dell’Africa. Il governo dell’Akp sta promuovendo il neo-imperialismo verso queste regioni. E c’è anche l’esercito, che ha molte basi all’estero, a difendere questi interessi. La politica estera turca è ancora favorevole agli Stati uniti e alla Nato, con uno stile diverso. Alcune forze di sinistra nel mondo pensano che Erdogan sia contro la Nato o addirittura anti-imperialista, ma è un errore di analisi. Erdogan è uomo del grande capitale turco. Questa è la questione principale. E la Turchia è nella Nato e continuerà a starci, a meno che il popolo turco non cambi l’ordine esistente.

E ora come si muoverà l’opposizione a Erdogan? La coalizione sembra già dissolta.

Lo è, perché i partiti di destra, dopo essere riusciti a entrare in Parlamento con l’aiuto del Chp, ora si tengono a distanza. E il Chp ha gravi problemi interni. Erdogan potrà contare molto sul parlamento più reazionario e di destra di sempre. Cercherà di imporre una nuova costituzione. Ma la gente ha iniziato a liberarsi dalle illusioni parlamentari. Il Tkp sta facendo del suo meglio per trarne vantaggio. Nel prossimo periodo il peso dei problemi economici ricadrà sui lavoratori. La nostra lotta di classe sarà combinata con una posizione laica e anti-imperialista, mentre Erdogan dovrà avere migliori relazioni con i monopoli occidentali e al tempo stesso accentuare la componente islamica nella vita sociale e politica turca.