Malgrado gli economisti neoclassici continuino ad affermare le magnifiche sorti della globalizzazione dei mercati, la miseria (non solo economica) del presente dimostra come l’incremento del commercio sia lungi dal distribuire la ricchezza in modo equo. Proprio da questa prospettiva muove l’ultimo libro di Toby Green, Per un pugno di conchiglie L’Africa occidentale dall’inizio della tratta degli schiavi all’Età delle rivoluzioni (traduzione di Luigi Giacone, Einaudi, pp. 650, € 36,00) che smaschera, tra l’altro, il persistente pregiudizio, di sapore razzista, di un Continente nero senza storia che solo con il colonialismo avrebbe fatto l’ingresso nel sistema economico globale. L’impatto politico-diplomatico dei regni africani è stato espunto dalla storia scritta dagli occidentali e ridotto ai margini di un presunto processo storico lineare.

Ben prima che la missione civilizzatrice raggiungesse con il XIX secolo il suo apice, ridisegnando a tavolino la mappa geografica mondiale e dividendo gli spazi globali, l’Africa occidentale risultava già collegata in maniera costante con l’Europa, le Americhe e il Medio Oriente. Dal XIII secolo i popoli africani parteciparono alla formazione e alla trasformazione del mondo moderno, alimentando l’economia globale: l’oro africano rese finanziariamente possibile l’espansione delle società mediterranee. I regni della regione che gli occidentali chiamarono Costa d’Oro (definizione che, come per altri paesi, si atteneva a una concezione utilitaristica del territorio in base alla disponibilità di merci da scambiare) divennero, a partire dal XVII secolo, il luogo chiave della competizione geopolitica europea.

Questa interconnessione viene ricostruita minuziosamente da Green, storico dei contesti precoloniali e lusitani, attingendo a un’enorme mole di fonti rinvenute in archivi di ogni parte del mondo e di tradizioni orali, imprescindibili per una conoscenza non stereotipata della storia africana. Se in Occidente la storia orale rappresenta una fonte di recente interesse, ma ancora guardata con sospetto, per l’Africa la storia stessa è un genere orale: da sempre spetta ai cantori (griots) raccontare eventi storici nel corso di iniziative pubbliche. Nella circolazione di uomini e idee nel commercio triangolare, ebbe un ruolo decisivo anche la musica (tramite il liuto akonting) che avrebbe forgiato il senso identitario degli africani deportati nel Nuovo Mondo, soprattutto tra le comunità dei maroons (schiavi fuggitivi).

Attraverso materiale mai sistematizzato prima, l’autore dimostra come i regni africani precedenti alla colonizzazione non fossero così diversi dagli Stati europei, basati essenzialmente su guerre, tasse, giustizia, commercio e diplomazia; complessi apparati economici che prevedevano l’accesso al credito e l’impiego di mezzi di pagamento diversi, tra i quali le conchiglie di ciprea, una delle principali forme di valuta diffusa in tutta l’Africa occidentale, utilizzate dal XIII al XIX secolo per gli scambi tra gli Stati africani e con il resto del mondo, oltre che per scopi divinatori e di collante sociale.

Prima e durante l’età della tratta atlantica, le regioni dell’Africa dell’Ovest esportavano «valuta forte» come oro ed esseri umani ridotti in schiavitù, in cambio di «valuta debole» – rame, tessuti, ferro e le stesse conchiglie – destinate a perdere nel tempo il loro valore rispetto all’oro e all’argento. La tratta degli schiavi avrebbe contestualmente comportato la possibilità dell’accumulazione primitiva delle potenze occidentali capitalistiche e il sottosviluppo per i paesi africani che fino alle soglie della rivoluzione industriale avevano conosciuto un fiorente e sviluppato mercato interno e internazionale. La disuguaglianza economica era conseguenza della disparità monetaria.

Con l’intensificarsi del commercio degli schiavi, manodopera sempre più preziosa per le economie coloniali, la fisionomia degli ordinamenti africani mutò profondamente: da sistemi politici pluralistici consolidati e da economie dinamiche quali erano passarono progressivamente alla soggezione coloniale e all’impoverimento. Con l’età moderna gli europei delegarono il compito di reperire su larga scala la manodopera servile agli africani stessi, stravolgendo il mercato interno e favorendo una rimozione di responsabilità. Il traffico attraverso il passaggio di mezzo trasformò le consuetudini e spinse le élites africane a «investire» su un commercio lucroso che, anziché aumentare la prosperità, destabilizzò le economie locali.

Ridurre la storia dell’Africa alla schiavitù rischia tuttavia di reiterare il vecchio tropo del primitivismo e dell’oppressione. Sebbene centrale nello stabilire i rapporti di forza internazionali nel mondo moderno, la schiavitù non è l’unica lente alla quale filtrare la plurisecolare storia degli africani. L’accento posto su ciò che Green chiama «l’azione africana» porta a presentarne i protagonisti come attori della storia e non come vittime e a ricordare il ruolo determinante svolto dagli schiavi nella battaglia, interpretata come lotta di classe, per rovesciare il sistema atlantico della tratta degli esseri umani. Di fronte allo «sbalorditivo» pregiudizio, inspiegabilmente ancora diffuso, di un’Africa senza modernità, senza storia, in preda a violenza e ferocia, Green, consapevole di essere un outsider occidentale, non ambisce a costruire una storia a carattere universale però offre un affresco storico-politico del continente, cercando – sulla scia di Frantz Fanon – di mettere a fuoco l’importanza decisiva della reciprocità per spezzare i modelli coloniali di alterità.