«Il Dipartimento di stato ha concesso l’immunità a MBS. Non è stata la decisione che tutti si aspettavano. Pensavamo che forse ci sarebbe stato uno spiraglio di luce per la giustizia dagli #USA. Ma ancora una volta i soldi vengono prima di tutto. Questo è un mondo che Jamal ed io non conosciamo…! Jamal è morto di nuovo oggi».

È stato amaro, colmo di delusione e frustrazione, il commento su Twitter di Hatice Cengiz, la compagna di Jamal Khashoggi, il giornalista assassinato quattro anni fa in Turchia e fatto a pezzi da agenti segreti sauditi, alla decisione annunciata dagli avvocati del Dipartimento di giustizia americano di richiedere l’immunità per il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman in quanto recentemente nominato primo ministro dal padre re Salman.

Il 28 ottobre del 2020 Cengiz e l’organizzazione per i diritti umani Democracy for the Arab World Now (Dawn), fondata da Khashoggi, hanno intentato una causa contro Mbs al tribunale federale di Washington, con l’accusa che la squadra di assassini, mandati in Turchia da Mbs, «rapì, legò, drogò, torturò e assassinò» il giornalista oppositore della monarchia saudita. Ora rischia di fermarsi tutto. Per il Dipartimento di giustizia «Mohammed bin Salman, il primo ministro del Regno dell’Arabia Saudita, è il capo del governo in carica e, di conseguenza, è immune da questa causa». La cosiddetta «immunità sovrana» garantisce che gli Stati e i loro governanti siano protetti da procedimenti legali nei tribunali di altri Stati stranieri.

Il passo è, a dir poco, vergognoso ma Hatice Cengiz ha reagito in maniera composta. Altri attivisti invece parlano apertamente di «capitolazione» da parte di Joe Biden il quale, dopo l’omicidio di Khashoggi, aveva lanciato pesanti accuse e avvertimenti alla famiglia Saud, in particolare a Mbs ritenuto (anche dalla Cia) il mandante del brutale omicidio del giornalista compiuto nel consolato saudita a Istanbul. La garanzia di immunità per Mbs non è stata digerita anche da diversi uomini politici statunitensi. Giunge mentre l’Arabia saudita reprime duramente dissidenti ed oppositori in patria e all’estero e taglia, in accordo con la Russia, la produzione di petrolio indebolendo non poco l’iniziativa statunitense volta a isolare Mosca.

Il Dipartimento di Stato si è difeso dichiarando che: «Fin dai primi giorni di questa Amministrazione, il governo degli Stati uniti ha espresso le sue gravi preoccupazioni riguardo alla responsabilità degli agenti sauditi per l’omicidio di Jamal Khashoggi». Ha inoltre precisato di «non prendere posizione nel merito della causa giudiziaria» in corso e ribadisce la sua «inequivocabile condanna dell’atroce assassinio di Jamal Khashoggi».

Ma non ha fatto alcun riferimento al ruolo del principe ereditario. Appena tre anni fa, Biden, candidato alla presidenza, aveva dichiarato: «Penso che sia stato un vero e proprio omicidio quello di Khashoggi». Poi, una volta eletto presidente, ha cambiato rotta e ha allentato le tensioni con il regno dei Saud e Mbs. Caustico il commento della direttrice di Dawn, Sarah Leah Whitson: «È impossibile leggere la mossa dell’amministrazione Biden come qualcosa che non sia una capitolazione alle pressioni saudite, incluso il taglio della produzione di petrolio… È stato il presidente Biden a promettere al popolo americano che avrebbe fatto di tutto per ritenere Mbs responsabile (dell’omicidio di Khashoggi)».

Reazioni saudite ufficiali per ora non ci sono. Ma per Mbs, ormai alla guida dell’Arabia saudita, la vittoria è completa. Biden si è rimangiato tutto, l’assassinio di Khashoggi è stato chiuso in un cassetto – anche dalla Turchia di Erdogan – e l’Amministrazione Usa ha digerito la recente decisione saudita all’Opec+ di tagliare la produzione di greggio per tenere alto il costo del barile nel momento in cui l’Occidente e gli alleati americani hanno bisogno di energia a basso costo. E nulla lascia pensare che Riyadh farà retromarcia e aumenterà la produzione di petrolio.