Il tempo dei «segnali», delle misure scelte per indicare una rotta ma in sé poco significative, è finito. D’ora in poi il governo di Giorgia Meloni dovrà fare sul serio, senza più l’alibi, peraltro fondato, del pochissimo tempo a disposizione. Più che con un’opposizione politica in stato comatoso, la premier dovrà vedersela con i problemi interni alla sua maggioranza, col rischio non peregrino di un’opposizione sociale fondata su un disagio trasversale alle aree elettorali e col Colle, il cui peso non può essere sottovalutato. E’ dunque certo che la presidente abbia ascoltato il discorso di fine anni di Mattarella con massima attenzione alle sfumature e ai messaggi impliciti.
L’intera prima parte del discorso è stata per lei un sostegno prezioso: neppure con una virgola il capo dello Stato ha avanzato dubbi sulla assoluta legittimità di questo governo o della sua presidente ex missina. Anche senza contare la sincera soddisfazione per l’ascesa di una donna ai vertici del governo, ha anzi invitato tutti, neppure troppo fra le righe, a mettere da parte ogni pregiudiziale. Altrettanto soddisfacente, per il team di Chigi, deve essere stata l’iniezione di ottimismo e fiducia nelle forze del paese da parte del capo dello Stato. Proprio questa disposizione d’animo, aveva sottolineato pochi giorni prima Giorgia nella conferenza stampa fiume, è a suo parere l’elemento decisivo. Senza contare la consonanza perfetta tra i due palazzi principali dello Stato sul tema più attuale di tutti, la guerra in Ucraina.

Sui passi concreti, ovviamente, la situazione è più sfumata. La premier è decisa a partire subito con la riforma costituzionale, con il presidenzialismo. Il guardiano della Costituzione ricorda che la Carta resta la bussola ma specifica che il rispetto della Costituzione è «dovere primario» di tutti, anche suo. Della Costituzione fa ovviamente parte anche l’articolo 138, quello che ne regola le modifiche. Il messaggio sembra dunque rassicurante: purché non si tocchino i princìpi e si rispettino le modalità di modifica dettate dalla Carta stessa, il Colle non si metterà di mezzo. Al secondo posto nella lista del governo c’è la riforma della Giustizia ed è significativo che il capo dello Stato abbia scelto di non parlarne, così come abbia preferito sorvolare sul nodo della discordia rappresentato dall’immigrazione. Il suo era un discorso che mirava a unire e non a dividere, anche a costo di qualche «dimenticanza». Sul fisco, altro elemento chiave nell’agenda del governo, Mattarella è stato in realtà attento a non travalicare in alcuna misura i limiti del suo ruolo e a evitare rotte di collisione. Ha sì segnalato che la Repubblica «è nel senso civico di chi paga le imposte» ma senza spendere mezza parola in difesa della tassazione progressiva.

Solo su un punto il presidente è stato in realtà severo e le sue parole dovrebbero preoccupare Chigi. Il passaggio sulle diseguaglianze sociali e geografiche tra le aree del paese è meno retorico di quanto non sembri. Sul tavolo del governo, in tandem col presidenzialismo, c’è l’autonomia differenziata. Quando il presidente ricorda che la Costituzione prescrive di rimuovere ogni ostacolo all’eguaglianza «senza distinzioni» fa capire che quella materia rientra invece a pieno titolo nel suo ruolo istituzionale e che non intende lasciar passare scelte che dividano il paese in un’Italia di serie A e una di serie B. Del resto è proprio sul fronte delle scelte materiali, quelle che impattano direttamente sulla vita dei cittadini, che il governo verrà messo subito alla prova. In campo, solo a gennaio, ci sono temi come la sicurezza sul lavoro, il 12, le pensioni il 19, entro il mese la riforma del reddito di cittadinanza, sulla quale la distanza tra la posizione della ministra del Lavoro Calderone e il grosso del governo è palese. Sin qui, grazie ai tempi ristretti, la strada è stata in discesa. Il cimento comincia adesso.