La Procura generale dello Stato spagnolo ha dato istruzioni alle sue sezioni territoriali circa l’applicazione della legge contro la violenza sessuale, meglio nota come la legge “del solo sì è sì”, unificando i criteri di revisione delle sentenze definitive per questo reato.

La Legge Integrale di Garanzia della Libertà Sessuale, entrata in vigore lo scorso 7 settembre, è infatti stata al centro della polemica nei giorni scorsi in Spagna, per una serie di risoluzioni dei tribunali che hanno abbassato le pene ad alcuni aggressori sessuali di ragazzine minori di età. Questa almeno è stata l’interpretazione in alcuni casi dei tribunali di Madrid, Galizia e Baleari che hanno ritenuto di dover ridurre le condanne; mentre gli oltre 50 casi analizzati dai magistrati della Rioja non hanno dato luogo ad alcuna revisione di pena.

In attesa del pronunciamento del Tribunal Supremo che faccia giurisprudenza, le indicazioni della Procura sono che le condanne non debbano essere riviste quando la loro entità è contenuta nella gamma di pene prevista dalla nuova legge.

La Legge del “solo sì è sì” è considerata fondamentale nel cambiamento di paradigma attorno all’aggressione sessuale. Perché mette al centro del Codice penale la cultura del consenso alla relazione sessuale, secondo cui si richiede l’espressione chiara della volontà all’atto sessuale, per non poterla confondere col silenzio o con l’assenza di volontà. Inoltre, la nuova normativa non distingue più tra violenza e abuso sessuale com’era precedentemente sulla base della resistenza opposta dalla donna aggredita.

La sua approvazione infatti, avvenuta nel maggio scorso con i soli voti contrari del Partido Popular e di Vox, rappresenta la risposta istituzionale all’indignazione che percorse le piazze spagnole nel 2018, per la sentenza di primo grado nel processo alla cosiddetta “manada” di Pamplona, i cui componenti furono condannati per abuso e non per violenza sessuale, dal momento che la giovane vittima, in stato di shock, non si era difesa.

La questione dell’eventuale revisione delle condanne si propone in applicazione del principio costituzionale, contenuto nel Codice penale, di non retroattività, tranne che la nuova legge non sia favorevole al condannato. E poiché la nuova normativa, all’aver unificato i due reati di abuso sessuale e di aggressione sessuale in uno unico ha dovuto riarticolare il ventaglio delle pene, ampliandolo e ridefinendo nuovi limiti minimi e massimi, è probabile che un detenuto condannato alla pena minima chieda oggi la revisione della condanna se la nuova legge prevede dei minimi inferiori.

Che è quanto sta avvenendo. Ma la Procura ritiene che non debba esserci alcuna revisione quando il detenuto sia stato condannato con la vecchia normativa alla pena minima per un reato contemplato nella nuova legge, e questa preveda per quel reato una pena ancora minore. E per avallare il suo ragionamento, si riferisce alla disposizione transitoria quinta del Codice penale riformato nel 1995, secondo cui nelle pene privative della libertà non si considererà più favorevole la nuova legge «quando la durata della pena anteriore imposta sia anche imponibile secondo la riforma del Codice». Perché è chiaro che l’intento del legislatore era quello di proteggere le donne dalla violenza sessuale e non certo di ridurre le pene agli aggressori già condannati.

La legge non presenta alcuna disposizione transitoria, sulla cui opportunità i pareri differiscono. Il ministero di Pari opportunità attribuisce la responsabilità dell’abbassamento delle pene agli aggressori sessuali a una cultura prevalentemente maschilista presente nel sistema giudiziario spagnolo e rifiuta di assumersi la responsabilità che è di tutto il governo che l’ha proposta, del parlamento che l’ha votata e degli organi giudiziari che non hanno avvisato del possibile rischio.

Pedro Sánchez difende la legge e chiede di aspettare che gli organi di giustizia unifichino i criteri per la sua interpretazione. Vox, in parlamento, si scatena contro la ministra di Pari Opportunità Irene Montero con insulti maschilisti. Che risponde tra gli applausi: «Noi femministe e democratiche siamo di più e fermeremo questa banda di fascisti con più diritti».