Non fare in Nagorno-Karabakh gli stessi errori che la Ue ha fatto in Ucraina. Da Strasburgo, l’avvertimento ai 27 leader Ue riuniti a Granada assieme a una ventina di altri capi di stato e di governo nell’ambito della terza riunione della Cpe (Comunità politica europea) arriva da una risoluzione del parlamento europeo.

CON 491 VOTI a favore e solo nove contrari (36 astenuti) gli europarlamentari condannano l’aggressione contro gli armeni e la prudenza della Ue, denunciano la minaccia di «epurazione etnica», chiedono di «sospendere tutte le importazioni di petrolio e gas» e sanzioni contro Baku. Ma saranno difficilmente ascoltati. Nel 2022, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva annunciato un raddoppio degli acquisti di gas in Azerbaijan, «paese degno di fiducia», e alcuni (Austria, Bulgaria, Romania) sono molto dipendenti dalle importazioni di fossili da Baku, mentre L’Italia punta a un contratto per Eni e l’Ungheria come al solito frena.

La Cpe, il nuovo forum europeo proposto dalla Francia per inglobare i paesi confinanti non Ue, giunta alla terza edizione (dopo Praga e Chisinau), a Granada zoppica: il leader dell’Azerbaijan Ilhan Aliyev non è venuto ed è saltato l’incontro con l’armeno Nikol Pashinyan, dove Emmanuel Macron e Olaf Scholz avevano previsto una mediazione.

Pashinyan ha moltiplicato gli incontri bilaterali. C’è un primo passo avanti: Baku si è detta «pronta a partecipare prossimamente a Bruxelles a riunioni tripartite con Ue, Azerbaijan e Armenia». Aliyev ha però sottolineato di aver cancellato Granada a causa della «politica di militarizzazione» della Francia, che ha promesso armi a Erevan (in Francia c’è una grossa comunità di origine armena), della posizione della Ue e dell’assenza della Turchia.

Per la seconda volta, Erdogan evita di partecipare alla Cpe, dopo aver abbondantemente aggredito verbalmente la Ue. «Peccato – ha commentato il capo della diplomazia europea, Josep Borrell – Non potremo parlare di qualcosa di così grave come i più di 100mila obbligati a lasciare le loro case e a fuggire per il colpo di forza militare» nel Nagorno-Karabakh.

STALLO a Granada anche nella tensione tra Serbia e Kosovo, che chiede sanzioni contro Vucic. Mentre la Georgia ha espresso preoccupazione per una base navale russa in Abkhazia. Il nuovo focolaio di guerra in Nagorno-Karabakh si aggiunge all’intensificarsi dei bombardamenti in Ucraina. Volodymyr Zelensky, destabilizzato da quelle che ha definito «voci discordanti molto strane» negli Usa in un «periodo di elezioni difficile», è venuto a Granada per un’«assistenza militare supplementare Ue», nella difesa aerea, con l’obiettivo di «raggiungere nuovi accordi» e un «sostegno stabile» con il Fondo europeo per la pace.

La Germania continua a rimandare la consegna a Kiyv dei missili Taurus, ma Zelensky ringrazia anticipatamente per i Patriot promessi da Berlino. Per Borrell l’Europa «non può sostituire» il sostegno Usa all’Ucraina: non c’è più solo l’Ungheria a frenare, altri stati esprimono dubbi per gli alti costi, prima ancora della conferma della svolta pro-russa in Slovacchia, la Polonia oscilla a ridosso delle elezioni, ma per Macron l’Europa «non ha il diritto di essere stanca».

ZELENSKY, che ha avuto molti «bilaterali importanti» e ha parlato di «giornata produttiva», ha insistito sull’importanza del rafforzamento della sicurezza europea, l’Ucraina come confine esterno nella prospettiva di un’entrata nella Ue. Zelensky ha chiesto un impegno per la ripresa delle esportazioni di cereali con la costituzione del «corridoi del Mar Nero» (Kiyv dovrebbe ritirare le denunce alla Wto contro Polonia e altri paesi dell’est per il blocco dei cereali).

Di allargamento parleranno oggi i 27 al Consiglio europeo informale, che deve preparare le decisioni del vertice di dicembre, mentre la Commissione deve pubblicare a fine mese o inizio novembre un rapporto sugli eventuali nuovi membri (i sei dei Balcani occidentali, Ucraina, Moldavia) e un secondo testo dedicato alla Turchia. Una Ue a 30 e più stati deve riformarsi per sopravvivere e sfruttare il maggior peso sul piano globale che ne deriverebbe.

Limitare la possibilità di veto, ma anche aumentare il budget: l’entrata dell’Ucraina, paese di 44 milioni di abitanti, costerebbe 186 miliardi in sette anni, a cui vanno aggiunti altri 74 miliardi per accogliere i sei dei Balcani, più Georgia e Moldavia. Molti paesi dell’est, oggi beneficiari, diventerebbero contributori netti. Sarebbe un terremoto per la politica agricola, che ancora assorbe un terzo del bilancio Ue.