Il capo della Lega ci ha ripensato. I capigruppo del Carroccio Molinari e Romeo erano stati i primi a sottolineare l’opportunità che la ministra Santanchè «chiarisse ancora meglio la situazione riferendo in aula». Ora Salvini frena: «Mi fido di Santanchè. Sarà lei a decidere se andare in aula o no ma per me non è necessario». Probabile che il leader della Lega voglia scrollarsi di dosso a buon mercato l’immagine del sabotatore che colloca ostacoli sulla strada dell’alleata e premier. Non gli costa niente dal momento che a questo punto il passaggio in aula è certo. Oggi pomeriggio si riunirà la conferenza dei capigruppo al Senato e deciderà come procedere.

L’ipotesi più probabile è un’informativa senza voto di sorta alla fine. Il Pd preferirebbe però che le risposte arrivassero in un question time, affrontando le questioni poste nelle interrogazioni a prima firma Misiani: «Ci sarebbe spazio per risposte più precise», segnalano da gruppo Pd al Senato. Il capogruppo di Avs De Cristofaro va oltre: «Un dibattito nel quale la ministra esporrà la sua versione, si difenderà e non si voterà niente non basta. Si deve dimettere». È un ipotesi che la ministra del Turismo non considera nemmeno per scherzo: «Io dimettermi? Ma siamo seri! Risponderò su tutto: faccio politica da 23 anni e ci ho sempre messo la faccia». Guai però a chiederle se è serena: «Serena? Porta sfiga».

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Già ma da quale sfiga deve guardarsi la ministra nel mirino? Non da una mozione di sfiducia. La segretaria del Pd Schlein procede con i piedi di piombo: «Un passo alla volta. Prima sentiamo cosa dirà in aula, poi decideremo». La mozione, se anche fosse presentata, avrebbe però il solito esito di compattare la maggioranza, che peraltro, almeno secondo la diretta interessata, «non solo è compatta ma è più compatta». Del resto senza che ci sia per ora neppure una iscrizione al registro degli indagati, la mozione di sfiducia non avrebbe alcuna possibilità di essere accolta. Sul piano politico però le cose stanno diversamente. L’immagine che la ministra si avvia a restituire in un dibattito parlamentare che sarà senza dubbio sotto i riflettori è ben diversa da quella «popolare» che Giorgia Meloni ha cercato di costruire in questi anni. Il danno per Meloni rischia di essere incisivo e le quotazioni della spericolata ministra-industriale all’interno del partito e della maggioranza certo non se ne gioverebbero.

Il caso Santanchè figura così come una delle perle nere più grosse nel rosario di guai che le sono piovuti addosso nell’ultima settimana. Inclusa la necessità di cambiare portavoce. Sta facendo le valige Mario Sechi, colpevole di non aver mai legato con il capo della segreteria Patrizia Scurti e la consigliera per la comunicazione Giovanna Ianniello. Andrà a dirigere Libero e al suo posto dovrebbe subentrare Daniele Capezzone. Sempre che vada a genio alle consigliere-amiche che stanno con la premier dai bei tempi della sezione di Colle Oppio.