Quella de La Perla di Bologna, che dà lavoro a quasi 230 persone solo nel capoluogo emiliano, è una vertenza atipica. Non ci sono lettere di licenziamento né annunci di imminente chiusura. Sono i lavoratori – in maggioranza, in realtà, lavoratrici – ad averla resa pubblica. Per paura di perdere il posto di lavoro dopo decenni di sacrifici. E perché, come dice una delle operaie al presidio di fronte ai cancelli, «noi amiamo questa azienda più di chi la possiede».

È UNO STORICO BRAND dell’intimo di lusso. Fondato nel 1954 da Ada Masotti – che le lavoratrici tutt’ora chiamano «signora Ada» – ha sede a Londra ma cuore e produzione a Bologna. Nel 2008 i Marotti vendono la maggioranza delle quote ad un fondo di private equity statunitense. È la prima di molte acquisizioni. La Perla, intanto, accumula debiti e perde personale. Nel 2018 arriva il fondo olandese Tennor. A guidarlo l’astro nascente della finanza tedesca Lars Windhorst.

«L’AZIENDA AVEVA GIÀ molti problemi, ma con Tennor sono peggiorati», spiega Stefania Pisani, segretaria generale della Filctem Cgil di Bologna. «Quando sono subentrati abbiamo chiesto un piano industriale, che non è arrivato. Intanto l’azienda ha tentato di licenziare 120 persone, e da lì sono partite le prime mobilitazioni». Il Covid mette in stand-by anche il settore tessile.

Ma a fine pandemia il lusso riparte, La Perla no. Le nuove collezioni tardano o non escono – e senza quelle è difficile restare sul mercato.

Ad agosto del 2022 l’azienda ha annunciato l’attivazione del contratto di solidarietà, mantenendo gli impianti aperti solo tre giorni su cinque.

A febbraio e marzo del 2023 iniziano le assemblee di lavoratrici e lavoratori. «Il 4 maggio 2023 la proprietà ha promesso di immettere 60 milioni entro il giugno seguente. Non lo ha fatto, ma in compenso siamo venute a sapere che Lars Windhorst aveva speso decine di milioni di dollari per una villa a Beverly Hills», continua Pisani.

Ad agosto anche gli stipendi smettono di arrivare – saranno sbloccati in settembre, giusto il giorno prima del tavolo al ministero del Lavoro e del Made in Italy. «All’incontro di Roma Windhorst si è presentato in videochiamata a bordo del suo jet privato e si è velocemente scollegato», racconta Antonella Benedettini, Rsu in quota Cgil da venti anni in azienda. «Noi lo chiamiamo l’olandese volante».

NEL FRATTEMPO a La Perla le cose continuano a peggiorare. Non solo la produzione è al minimo e i debiti continuano ad aumentare: l’azienda ha anche annunciato che presto i software aziendali smetteranno di funzionare perché nessuno paga più il servizio.

Il prossimo appuntamento con proprietà e ministero è previsto per il 6 novembre. Il piano industriale promesso, però, non è arrivato, e di Lars Windhorst non si sa nemmeno se sarà presente. Il Sole 24 Ore è riuscito a intervistarlo via email «dopo un inseguimento durato mesi e continui appuntamenti telefonici saltati». Ma le risposte sono, nelle parole dello stesso quotidiano di Confindustria, «vaghe, senza numeri né date precise».

«IL COMPORTAMENTO di Windhorst è irrazionale, nell’ottica di una persona che vuole davvero produrre», insiste Pisani. «Nel 2022 ha pagato milioni di debiti senza ricorrere al credito, i soldi ci sono. Perché non li investe nella produzione?». Non mancano né i clienti né il know-how, dicono dal sindacato, ma la volontà di chi dirige. «Con le materie prime già immagazzinate abbiamo creato noi delle mini-collezioni, interamente dal basso», spiegano le lavoratrici al presidio. «Ora speriamo in un compratore serio, possibilmente del settore, che abbia delle vere prospettive», conclude Marina Prati, anche lei Rsu Cgil.

Quella di La Perla è una vicenda figlia della crisi dell’industria italiana e del passaggio dal capitalismo familiare del secolo scorso a quello finanziario dei nostri giorni.

Ma è anche – lo ripetono di continuo le lavoratrici – la storia di una comunità. «Sono venuta qua a vent’anni, ora ne ho 53», dice Prati. «Questa protesta c’è anche perché siamo affezionate all’azienda. Se non fosse per noi, La Perla sarebbe già morta».