Ieri, come accade da 48 anni, i palestinesi dentro e fuori la Palestina storica hanno celebrato la Giornata della Terra, la commemorazione dell’uccisione di sei giovani il 30 marzo 1976 da parte dell’esercito durante un’operazione di confisca delle terre in Galilea. Se dentro Israele hanno marciato a migliaia, in Cisgiordania il Land Day cade in un periodo durissimo. «Coloni o militari ci attaccano tutti i giorni», dice Khalil, che abita in un piccolo villaggio nel sud della Cisgiordania, nell’area di Masafer Yatta.

DALL’INIZIO del Ramadan gli attacchi si sono fatti più frequenti e violenti: «Non puoi nemmeno immaginare la sofferenza e l’oppressione che stiamo vivendo. La vita è diventata molto difficile e non so quanto possa essere una vita che vale la pena vivere» ci dice Awdah, fratello di Khalil.

Negli ultimi 20 giorni i coloni, quasi sempre vestiti con divise militari e armati, hanno attaccato il piccolo villaggio dei due fratelli: hanno ucciso capre, attaccato pastori impedendogli di pascolare le greggi, lanciato pietre sulle case nell’ora dell’Iftar, il pasto serale che si fa durante il ramadan. Ma questa oppressione è ovunque in Cisgiordania e ancora di più nei territori che fanno parte dell’Area C, sotto il controllo militare e amministrativo di Israele. Insieme ai coloni ci sono spesso i militari, che passano nei villaggi palestinesi, perquisiscono le case, distruggono e buttano le riserve alimentari, arrestano e minacciano gli abitanti. «Sono arrivati di notte, vogliono spaventare le famiglie, far sentire la loro presenza» racconta Sami, abitante e attivista di A-Tuwani, altro villaggio di Masafer Yatta. «I militari sono entrati in casa e hanno attaccato il mio fratellino» racconta su Instagram Alaa, giovane attivista palestinese di 25 anni. «Immaginate che nel mezzo della notte uomini armati vi entrino in casa assaltando donne, bambini e uomini, questa è la nostra vita sotto occupazione».

DOPO IL 7 OTTOBRE la legge nei territori occupati della Cisgiordania è venuta meno. «Non c’è differenza tra soldati e coloni, quando chiamiamo la polizia dopo delle aggressioni non si presenta nessuno, i coloni sono liberi di fare quello che vogliono – racconta Khalil – i militari non ci rispondo quando gli chiediamo informazioni, è come se non esistessimo». Gli unici che vengono arrestati sono i palestinesi: dal 7 ottobre sono più di 7.800 le persone detenute dall’esercito israeliano, molte provenienti dalla Cisgiordania dove giornalmente vengono condotte operazioni militari. Giovedì nei dintorni di Hebron sono state arrestate 25 persone, tra cui anche donne e bambini, come riporta l’agenzia stampa palestinese Wafa.

LE VIOLENZE, le minacce, le uccisioni e l’impossibilità di andare a lavorare, di portare gli animali al pascolo e di coltivare i campi hanno portato più di 16 comunità palestinesi della Cisgiordania, quasi mille persone, ad abbandonare le proprie case. A tutto questo si aggiunge la costruzione e l’ampliamento delle colonie, considerate illegali dal diritto internazionale. Il ministro delle Finanze israeliano Smotrich si è impegnato a espandere gli insediamenti in Cisgiordania approvando, a fine febbraio, la costruzione di 3.500 nuovi alloggi a sud di Gerusalemme: «Continueremo a costruire insediamenti in tutto il paese» ha detto il ministro. Una politica di espansione criticata da Volker Türk, capo dell’ufficio per i diritti umani dell’Onu, che l’8 marzo ha dichiarato che «la violenza dei coloni e le violazioni legate agli insediamenti hanno raggiunto nuovi livelli scioccanti e rischiano di eliminare ogni possibilità pratica di creare uno Stato palestinese». Critica mossa anche dal segretario di Stato americano Blinken, che ha definito gli insediamenti «incoerenti con il diritto internazionale». Parole che non hanno impedito a Smotrich di dichiarare, la scorsa settimana, che più di 800 ettari in Cisgiordania sono diventati, tramite una requisizione forzata, terra di Israele.

MA TUTTO questo non è iniziato con il 7 ottobre, come dicono diversi report delle Nazioni unite, che identificano il 2023 come l’anno con il maggior numero di aggressioni nei confronti dei palestinesi e il maggior numero di nuovi insediamenti dal 2017. «Qui si parla di un’occupazione lunga 75 anni, una pulizia etnica» dice Alaa, che conclude «se non lascio la Palestina devo decidere tra la morte e l’arresto».