Un libro recente di Alfio Mastropaolo, Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico, il Mulino, Bologna 2023) illustra – nell’ambito di una più ampia riflessione sui concetti di Stato, rappresentanza, partiti e mercato – i numerosi metodi attraverso cui gli ordinamenti giuridici democratici s’industriano per eludere la promessa di pluralismo includente, che pure della democrazia sarebbe elemento costitutivo.

SI PUÒ PERIMETRARE l’elettorato attivo e/o passivo secondo criteri di sesso, censo, professione e istruzione (eventualmente, combinandoli tra loro). Si può prevedere che le forze politiche ottengano le risorse necessarie allo svolgimento delle proprie attività, incluse le campagne elettorali, tramite finanziamenti pubblici o privati e, in quest’ultimo caso, si possono o meno stabilire limiti ai finanziamenti erogabili da ciascun singolo soggetto privato.

Si può lasciare che lo svolgimento delle campagne elettorali si svolga in modo più o meno sregolato, a seconda del valore attribuito al principio della par condicio. Si può intervenire sui confini dei collegi elettorali, aggregando o disaggregando le singole classi sociali a seconda che si voglia concentrare o annacquare la loro forza elettorale. Si può considerare l’astensione un vulnus per la legittimazione delle istituzioni, prevedendo l’obbligo del voto e sanzionando la sua violazione, o una scelta rimessa alla libera valutazione degli elettori.

La redazione consiglia:
La terza Repubblica tra autocrazia e trovate vintage

Anche le decisioni più minute, di carattere organizzativo, possono influire sull’esito delle elezioni: prevedere l’iscrizione nelle liste elettorali d’ufficio o su richiesta produce l’esclusione degli elettori meno motivati e consapevoli; allo stesso modo gli appartenenti ai gruppi sociali più fragili potrebbero essere scoraggiati dal votare evitando di garantire in modo adeguato la segretezza del voto (per esempio, non predisponendo cabine elettorali separate), dislocando i seggi in luoghi poco accessibili o prevedendoli in numero inadeguato alla dimensione del collegio, riducendo l’orario di apertura dei seggi, prevedendo lo svolgimento delle operazioni elettorali nei giorni lavorativi, complicando le modalità di compilazione della scheda elettorale, non consentendo il voto per corrispondenza. La tecnica più ovvia rimane, tuttavia, quella in cui noi italiani siamo maestri riconosciuti nel mondo: manipolare la formula elettorale.

È DAL 1993 CHE traffichiamo con i sistemi elettorali, e ancora non ne siamo paghi. Difficile superare il capolavoro, senza pari nelle altre esperienze democratiche, di aver approvato non una, ma ben due leggi elettorali incostituzionali per violazione del principio dell’uguaglianza del voto: vale a dire, del contenuto minimo essenziale della democrazia. Difficile trovare altri ordinamenti democratici che, come il nostro, possano farsi vanto di aver eletto non uno, ma ben tre parlamenti – nel 2006, nel 2008 e nel 2013 – in violazione della Costituzione. Difficile; ma non impossibile, come dimostra la proposta di revisione costituzionale, recentemente approvata dal governo, volta a fondere in un’unica consultazione l’elezione del premier e del parlamento, assicurando alle forze politiche di maggioranza il 55% dei seggi alla camera e al senato.

SAREBBE LO STRAVOLGIMENTO finale della Costituzione, in forza – di nuovo, e non a caso – dell’introduzione di un modello che non trova riscontri in altre Costituzioni democratiche (a meno di voler considerare tali quelle vigenti in Ungheria, Russia o Turchia). Il nodo critico è evidente. Per esprimerlo nel modo più semplice possibile: non è concettualmente configurabile un sistema elettorale che, nello stesso tempo, sia democratico e offra al governo la matematica garanzia di poter fare affidamento sulla maggioranza assoluta dei parlamentari. O l’una cosa o l’altra.

Alcuni sistemi elettorali favoriscono la formazione di una maggioranza assoluta, altri la rendono probabile o persino molto probabile; ma nessuno, a meno di rinunciare alla democrazia, ne offre la certezza. Nemmeno nei regimi presidenziali, come ben dimostra il caso degli Stati uniti. Comprimere il pluralismo del sistema politico oltre una certa soglia significa sconfinare nel campo delle autocrazie.

Quella prospettata dal governo è, in definitiva, una riforma la cui posta in gioco va ben oltre la configurazione della forma di governo e la manipolazione dei risultati elettorali. In gioco è la democrazia costituzionale: ed è fondamentale che tutte le forze democratiche ne abbiano fin da subito piena consapevolezza.