Qual è il legame tra i mercenari della Wagner che si spostano verso il confine con la Polonia e il presidente Putin che si dice «pronto a cercare una soluzione pacifica sull’Ucraina»? Difficile non notare una discrasia tra le dichiarazioni del Cremlino e il comportamento delle truppe russe, o filo-russe, sul campo. Soprattutto se poi nel mezzo si inseriscono i bombardamenti a Zaporizhzhia di ieri o quelli a Dnipro e Odessa dei giorni precedenti.

È UNA GUERRA, la comunicazione è uno dei terreni di scontro, si potrebbe obiettare. Non è strano che il capo di una delle due fazioni belligeranti possa dichiarare che i paesi occidentali «operano esclusivamente nel proprio interesse in qualsiasi conflitto internazionale» e «se ne fregano della Carta delle Nazioni unite, ricordano il diritto internazionale solo quando pensano di poter usare questi strumenti contro qualcuno, in questo caso la Russia».

È la sua strategia comunicativa: noi facciamo solo ciò che hanno già fatto gli altri. Gli altri però, saremmo noi. E infatti nella nostra parte di società che si oppone alla politica estera statunitense, spesso questo discorso fa presa. «E se vogliono che qualcuno rispetti la Carta delle Nazioni unite e altre disposizioni del diritto internazionale, dovrebbero preoccuparsi di osservare queste stesse disposizioni», aggiunge Putin nell’ormai consueto atteggiamento da riparatore di torti. Peccato che molto spesso chi osteggia le pratiche degli altri accusati dal presidente russo (cioè della Nato) non applichi la stessa intransigenza alle decisioni di Mosca. E, infatti, il capo del Cremlino può permettersi di parlare con i vertici della delegazione dei paesi africani rimasti a San Pietroburgo dopo il summit come se fosse il paladino del continente africano e non il presidente di uno stato che ha usato e usa la brigata di mercenari Wagner per i propri interessi in Africa. E qualcuno approva. «L’hanno fatto anche altri» sembra essere il pensiero alla base di questa continua rincorsa a chi è più cattivo.

MA IL GRANDE discrimine è che in questo caso, con una guerra in corso, le contraddizioni sono molto più evidenti. Ieri mattina oltre 100 mercenari della Wagner, di stanza in Bielorussia dopo il tentato (o presunto) golpe in Russia, si sono spostati verso il corridoio di Suwalki, una striscia di terreno sulla quale si incontrano 4 frontiere: Bielorussia, Polonia, Lituania e l’exclave russa di Kaliningrad. Un territorio delicatissimo, in cui un incidente potrebbe causare un disastro.
Secondo il premier polacco, Mateusz Morawiecki, «ora la situazione è ancora più pericolosa. Abbiamo informazioni secondo cui oltre 100 mercenari del gruppo Wagner si sono spostati verso il corridoio di Suwalki vicino a Grodno, in Bielorussia». Semplice provocazione, si potrebbe obiettare. Se non fosse che il giorno prima il presidente bielorusso Lukashenko aveva pubblicamente accusato la Polonia di mirare ad annettersi il territorio occidentale ucraino. E che a quanto si apprende dai canali ufficiali, la Wagner d’ora in poi farà base in Bielorussia.

NEL POMERIGGIO a Zaporizhzhia città un bombardamento russo ha ucciso almeno due persone. «Tuttavia, ciò non significa che noi non vogliamo cercare una soluzione pacifica al conflitto» ha dichiarato Putin rispetto al comportamento dell’Occidente e non rispetto al comportamento del suo Paese attualmente in guerra. Potrebbe iniziare con una proposta di cessate il fuoco o di attivare la diplomazia, ma non è il momento, per ora sono solo chiacchiere o, in altri termini, propaganda.