Alla sua opera prima da regista, l’attore italo argentino Juan Pablo Di Pace firma insieme ad Andrés Pepe Estrada, che è stato montatore per Francis Ford Coppola (Tetro), Santiago Mitre (Argentina.1985, Petite fleur) ma anche per gli italiani Zoppis e De Righi (La leggenda del re granchio), un racconto di formazione dal titolo Duino che quest’anno ha aperto il Lovers film festival di Torino aggiudicandosi anche un premio del pubblico e il premio della giuria giovane.

Il titolo prende il nome dall’incantevole comune nel golfo di Trieste dove ha inizio la storia d’amore del film, lido poetico che ispirò a Rilke le sue Elegie e dove dal 1982 sorge uno dei diciotto United World Colleges, scuole internazionali sparse su quattro continenti e nate da un’idea di Kurt Hahn. Il pedagogo tedesco era convinto che se giovani da tutto il mondo avessero potuto convivere, studiare e fare sport e servizio sociale insieme negli anni più formativi della loro adolescenza, ovvero tra i 16 e i 18, si sarebbe potuto sperare nella possibilità di costruire un avvenire di comprensione tra i popoli. Un presupposto certo idealista ma all’origine di un movimento educativo globale che, dalla fine degli anni Sessanta, ogni anno offre a centinaia di giovani, tra cui alcuni italiani, di aggiudicarsi borse di studio per affrontare un’esperienza di apertura al mondo. Lo sapeva Giulio Regeni che frequentò proprio il Collegio di Duino.

I protagonisti del film, ispirato alle vicende autobiografiche di Juan Pablo Di Pace, sono l’argentino Matias e lo svedese Alexander che quando il secondo viene espulso da scuola per indisciplina soffrono una sorta di trauma della separazione. Diventato adulto, Matias è un regista che con il collega e amico d’infanzia Pablo realizza un film su quell’amore adolescenziale che ancora lo ossessiona. Il film intreccia due storie, due piani temporali, due estetiche e due supporti, la pellicola per l’oggi e l’Hi8 per i flashback degli anni 90, raccontando il potere dell’arte nel dare forma alla memoria e nel trasformare problemi irrisolti in esperienze di maturazione. Abbiamo incontrato e dialogato con Di Pace a Torino.

Quando è nata l’esigenza di raccontare questa storia d’ispirazione autobiografica?

Ho sempre serbato nella memoria l’incanto provato nell’arrivare al collegio di Duino, sbalzato senza paracadute in questo microcosmo alieno, assurdo, magico, mistico, poetico. La sensazione di non essere ancora adulti ma già pronti per scoprire il mondo, di innamorarsi per la prima volta, e di un ragazzo. Si ha la tendenza a romanticizzare il passato ma il collegio di Duino appartiene davvero a una dimensione spazio-temporale a parte, non a caso è un luogo di frontiera, e io volevo sperimentare cinematograficamente con questa collisione tra passato e presente, tra realtà e sogno. Il film nel film mi sembrava la forma più adatta. Volevo anche riuscire a cogliere autenticamente l’idea di questi duecento giovani da tutto il mondo che vivono insieme e pur essendo molto consapevoli di guerre e conflitti sociali, si ritrovano a vivere in questa bolla in cui intrecciano legami fortissimi. I colori accesi dei flashback in contrasto con quelli più tenui del presente vogliono esprimere questa vivacità.

L’ispirazione più grande però mi è venuta da una vecchia VHS: sono le immagini di repertorio che si vedono sui titoli di coda, le avevo girate da studente e le ho rimesse in scena nei flashback e mia madre Marta Beatriz Maineri, costumista, le ha usate per concepire gli abiti anni ’90. La sequenza dell’espulsione di Alexander è particolarmente significativa perché c’è chi si dispera mentre tutt’intorno la vita continua serena: in quel video girato all’epoca dal mio co-regista di oggi, si vedono cose che non ricordavo e che non avevo notato nel momento in cui le vivevo.

I Collegi del Mondo Unito sono poco raccontati al cinema. Da ex studentessa ho fatto delle ricerche e ho trovato solo il documentario «Mostar Round Trip» (2011) dell’israeliano David Fisher girato mentre il figlio studiava al collegio in Bosnia-Erzegovina. È stato difficile ottenere l’autorizzazione a girare a Duino per di più coinvolgendo alcuni studenti?

Credo che queste scuole cerchino giustamente di proteggere gli studenti dalla sovraesposizione quindi essere autorizzato a girare lì è stato un onore di cui ringrazio Valentina Bach dell’ufficio comunicazione e alumni e il rettore William Turner. Ho anche coinvolto alcuni studenti sul set: se avessi dovuto trovare comparse dall’Uganda o dalla Cina sarebbe stato molto più faticoso!

Il film affronta la differenza sociale tra i due protagonisti mostrando come per Matias avere una borsa di studio per l’estero significhi avvicinarsi a un mondo di possibilità anche economiche del tutto diverso da quello modesto di appartenenza. Potevi raccontare la storia di un tradimento di classe e invece hai scelto una strada diversa, come mai?

Il film racconta tante forme di differenze sociali, sessuali, culturali ma anche quel che unisce le persone. È vero che Matias e Alexander hanno provenienze molto diverse ma entrambi scoprono per la prima volta l’ebrezza di sentirsi davvero se stessi e questo è grazie al collegio ma anche grazie al loro rapporto. Al di là dell’attrazione che provano l’uno per l’altro è proprio questo che rende unico il loro incontro. Da adulti non riusciranno più a ritrovare qualcosa di simile e si costruiranno attorno delle mura pronte a crollare appena si ritrovano, a molti anni di distanza. Anche questo è magico, ritrovare qualcuno dopo più di vent’anni e sentire che è come se non fosse passato neanche un giorno dall’ultimo incontro. Sono più che altro i genitori a simboleggiare le differenze ma in modo controintuitivo. Quando si accorgono di quel che succede tra i loro figli, quelli di Matias si rivelano più amorevoli mentre gli altri pur essendo ricchi e colti sono meno aperti. Però nessuno di loro è cattivo, tutti agiscono nella convinzione di fare il bene dei propri figli nel contesto in cui vivono, un contesto pur sempre costellato di tante piccole aggressioni omofobe nella vita quotidiana e nei media.

Questo racconto d’amore così etereo e delicato sembra un po’ fuori dal tempo: che fonti cinematografiche o letterarie ti hanno ispirato?

Forse non dovrei dirlo ma la repressione costringe a forme di espressione più creative, ecco perché amo scrittori come Oscar Wilde che induce a leggere tra le righe messaggi in codice, più complessi e stratificati. Trovo che i sentimenti e la sessualità siano molto più interessanti quando non vengono resi disponibili all’uso e consumo. È artisticamente più stimolante ma anche più autentico rispetto alla vita perché spesso capita di dire una cosa e intenderne un’altra, di dover interpretare situazioni ambigue. Della storia di Matias e Alexander era il desiderio che volevo raccontare, questa tensione continua verso qualcosa che non si potrà mai veramente possedere del tutto.