E’ illegale? Davvero lo possono fare? Risposta: ad occhio e croce non trovano nulla da eccepire. Però, credeteci, indagheranno. Indagheranno meglio. Magari domani o dopo. Intanto tutto si può fare.

E’ sempre difficile “tradurre” la lingua burocratica dei comunicati istituzionali, degli enti. Non stavolta, però. In queste ore sono uscite poche righe dall’ufficio del garante della privacy.

Pasquale Stanzione, appunto il garante, ed il suo staff dovevano rispondere alle sollecitazioni di migliaia di utenti che da un giorno all’altro, sui più popolari siti di informazione si sono trovati di fronte ad una strana scritta: “Per proseguire la navigazione o accetti i cookie o ti abboni”.

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O accetti i cookie o paghi. Non c’era – e non ci sarà, come vedremo – una terza possibilità, quella che c’era fino a ieri: continuare a visitare il sito e rifiutare la profilazione.

Sì, si parla di profilazione. Perché i cookie sono – come ormai dovrebbero sapere tutti – quei piccoli “frammenti” di dati (di dati personali: quali siti visitiamo, quali articoli preferiamo, quali foto scegliamo, con chi dialoghiamo) memorizzati sul nostro computer.

Nascono teoricamente per “migliorare la navigazione”, nel senso che basta digitare due lettere e subito riconoscono la pagina che di solito visitiamo, nascono per non dover ogni volta riscrivere le nostre credenziali.

Ma fin dall’inizio sono diventati ben altro: quei dati, raccolti, messi assieme ad altri dati, consentono a chi li detiene di sapere tutto sugli utenti.

Venduti a grandi gruppi, incrociati permettono di avere una descrizione delle persone dettagliata, minuziosa: chi sei, cosa ti piace, di cosa soffri. Cosa potresti comprare. Di intuire cosa voti, se voti. Cosa pensi.

Quindi, all’improvviso, poche settimane fa, sui siti di Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa, il Fatto Quotidiano e quasi tutte le altre testate nazionali (ovviamente non su questa, che ha fatto ben altre scelte in tema di privacy) è apparso quel bottone: o ti fai profilare o paghi.

Un muro. Tant’è che quel sistema si chiama “cookie wall”.

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Va anche detto che i media in questione non hanno usato giri di parole, sono stati espliciti: “Se accetti i cookie potremo erogarti pubblicità personalizzata e, attraverso questi ricavi, supportare il nostro lavoro”. Dove è facile comprendere cosa si intenda per “personalizzata”: far soldi, far soldi coi dati delle persone.

Beninteso: qui non è in ballo la scelta di accedere a contenuti a pagamento, che è un’opzione legittima delle testate (per un articolo “lavorato”, per un’inchiesta si può pagare; ed è esattamente la strada intrapresa con successo da questo giornale e da molti media soprattutto americani, una risposta di qualità alla crisi).

No, qui sul web nostrano se ti rifiuti, è vietato anche l’accesso alla home page, perfino ai titoli delle notizie.

Nella vita reale sarebbe un po’ come andare in edicola, chiedere una copia del giornale ma per averla essere costretti a dire all’edicolante dove si abita, quale musica si ascolta o quali amici si frequenta. Oppure andare alla cassa di un supermercato e prima di pagare dover raccontare cosa si è mangiato ieri, con chi si va a letto e dove si è andati in vacanza. Sarebbe assurdo no?

Ovviamente c’è stata una sorta di sollevazione. Relegata ai social – come tanto, troppo spesso avviene nel nostro paese – ma c’è stata. E in tanti si sono rivolti al Garante.

La risposta? Il garante della privacy ha scritto che “la normativa europea sulla protezione dei dati personali non esclude in linea di principio che il titolare di un sito subordini l’accesso” all’accettazione di quei cookies. Di quel cookie wall.

Per il garante va bene così insomma: si può fare. Salvo poi chiudere le poche righe di comunicato, con una frase che suona decisamente in contrasto con quelle precedenti: “… tuttavia apriremo una serie di istruttorie per accertare la conformità di tali iniziative con la normativa europea”.

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Indagheranno, insomma. Col tempo. E dire invece che si tratterebbe di un’inchiesta apparentemente piuttosto facile.

Basterebbe fare un salto sul sito dell’European Data Protection Board (l’EDPB) che, vale la pena ricordarlo, è la massima autorità di vigilanza del vecchio continente e alle sue decisioni debbono attenersi tutti gli enti nazionali di garanzia.

E’ facile trovare un’intera sezione che spiega come ci si deve, come ci si dovrebbe comportare in casi come quelli dei quali stiamo parlando.

Dice l’EDPB (con la premessa, va ricordato, che la profilazione in Europa può avvenire solo con un esplicito consenso, con un sì chiaro): se nei siti “non è possibile accedere ai contenuti senza fare clic sul pulsante “accetta i cookie”, poiché agli interessati non viene presentata un’autentica scelta, “il suo consenso non è liberamente prestato”.

Garante per la Privacy, Linee Guida sui Cookie, 26/11/2020
Ulteriori chiarimenti appaiono opportuni con riferimento al cd. cookie wall, intendendosi con tale espressione, appunto, un meccanismo di “take it or leave it”, nel quale l’utente venga cioè obbligato ad esprimere il proprio consenso alla ricezione di cookie di profilazione, pena l’impossibilità di accedere al sito. Tale meccanismo (…) è da ritenersi illecito, salva l’ipotesi – da verificare caso per caso – nella quale il titolare del sito offra all’interessato la possibilità di accedere ad un contenuto o a un servizio equivalenti senza prestare il proprio consenso all’installazione e all’uso di cookie.

Non è una scelta libera, insomma. Quindi il muro di cookie non sarebbe permesso, sarebbe vietato.

Ma forse anche questo è un segnale dei nostri tempi. Di come oggi i diritti – scritti, sanciti – possano essere interpretati.

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